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Frasi e citazioni di Carlo Freccero

Selezione di aforismi, frasi e citazioni di Carlo Freccero (Savona 1947), giornalista, critico e autore televisivo; direttore di Rai 2 dal 1996 al 2002 e dal 2018 al 2019. Le seguenti riflessioni sono tratte dai libri di Freccero: Televisione (2013), L’idolo del capitalismo (2016) e Fata e strega (2019).
La visibilità è diventata un valore in sé, autosufficiente.
Anche un cretino può trarre dalla visibilità privilegi
economici e sociali. (Carlo Freccero)
Televisione
© Boringhieri, 2013 - Selezione Aforismario

[La televisione] è il medium debole per eccellenza, atto a rispecchiare il mondo nel suo disordine, piuttosto che a conferirgli un’organizzazione scientifica. Inaffidabile come medium rispetto alla scienza, la televisione è un formidabile strumento per mettere in circolo l’opinione.

Le trasmissioni di attualità politica e di costume hanno anch’esse da tempo introdotto l’uso dei sondaggi per commentare l’argomento all’ordine dei giorno. La spiegazione, il commento, ancora una volta sono sostituiti dall’opinione.

Il male della televisione sta nel suo messaggio, ma questo messaggio è in qualche modo suggerito dal medium stesso, che ha nell’audience l’unico obiettivo e non si preoccupa quindi delle ricadute diseducative della sua programmazione.

La TV, come medium più recente, soffre di un sostanziale complesso di inferiorità nei confronti del libro. Quando la televisione parla di libri usa toni dimessi e ossequiosi; quando il libro parla di televisione usa toni aspri, fortemente critici o apocalittici. 

Da sempre, nella storia di un pensiero animato dalla volontà di verità, l’opinione ha rappresentato lo scarto, il resto del pensiero. Già per Platone la doxa rappresenta l’elemento deteriore, inessenziale, che si oppone alla verità.

La visibilità è diventata un valore in sé, autosufficiente. Anche un cretino può trarre dalla visibilità privilegi economici e sociali.

Anche una comparsata in televisione da parte di chi non sa fare assolutamente nulla ha ricadute economiche. I partecipanti a un reality possono monetizzare i loro quindici minuti di celebrità nelle serate in discoteca e nelle comparsate in periferia. 

Per le riviste di gossip, vip è colui che è visibile ed è in grado di mantenere la sua visibilità.

I vip di oggi sono uomini qualsiasi miracolati dalla telecamera. 

Il termine «esclusivo» non ha più un significato positivo e il successo coincide con la visibilità, con la convergenza degli obiettivi su di noi.

Il gossip nasce come necessità di svelare i segreti dei potenti, di violare la loro riservatezza. Ma ben presto si affranca dall’identità del soggetto indagato. Non è il vip ad attrarre il gossip, è il gossip che costruisce il vip. È la cinepresa che costruisce la star.

Anche il politico accetta, per conservare visibilità, la violazione della sua privacy.

Termini come teledemocrazia e videocrazia, apparentemente in contrasto tra loro, esprimono un unico concetto. Nell’era del video si realizza la dittatura della maggioranza. La norma coincide con la media statistica.

Gli anni cinquanta, sessanta e settanta hanno espresso una cultura così ricca da esaurire in qualche modo la creatività successiva. I miti giovanili sono nati allora, con una generazione che oggi ha i capelli bianchi.

Nell’ambito della televisione non esistono certezze scientifiche.

La memoria della comunicazione è molto labile. Il nostro interesse è scandito dai media. Quando cala l’oblio anche la nostra indignazione si sgonfia ed è già concentrata altrove.

Il condizionamento dell’opinione pubblica è un fenomeno lento e impercettibile. Come nella coltivazione vera e propria è necessario un certo periodo di tempo per far germogliare il seme, concimarlo e farlo crescere; cosi l’influenza televisiva si esercita sull’opinione pubblica in tempi lunghi e dilatati e non attraverso gli slogan, ma attraverso la ripetizione di un modello di vita come unico modello possibile. 

L’esperienza quotidiana è oggi la televisione. Non è casuale che chi detiene i mezzi di comunicazione, li controlla e li sa usare possa imporre il suo discorso anche quando contraddice l’esperienza comune. Non è casuale che chi conosce il mezzo televisivo, attribuisca una profonda importanza al suo controllo diretto o indiretto.

Il crollo del muro di Berlino, così come è stato immortalato dai filmati e dalle fotografie, è diventato un’icona di libertà. Ma celebra semplicemente la sostituzione di un ordine con un altro ordine, di un muro con un altro muro: annunciava l’uscita dal comunismo, ma, allo stesso tempo, affermava la vittoria di quel liberismo duro e puro, dei cui eccessi paghiamo oggi le spese dopo il crollo, altrettanto simbolico, del mercato di Wall Street.

Oggi la nostra attenzione non è rivolta al sociale o al politico, ma al privato, all’individuo, ai meandri della sua mente e all’articolazione dei suoi sentimenti.

Non possiamo pensare che quasi trent’anni di televisione commerciale non abbiano inciso sui gusti, sulle opinioni, sulle abitudini degli italiani. Ma nuovi modelli stanno emergendo con l’avvento del digitale, l’interattività e la convergenza tra i media.

Un servizio pubblico che voglia definirsi tale non può indirizzare il suo messaggio a un’élite, ma ha al contrario il compito di raggiungere tutti gli spettatori, specialmente quelli più carenti di risorse economiche e culturali.

Mentre si cerca di limitare lo spreco nell’alimentazione e nell’abbigliamento, le famiglie continuano a investire nella televisione a pagamento, nella telefonia e nelle nuove tecnologie. Oggi comunicare, mantenere il contatto e la connessione con una cerchia di amici e interlocutori, è più importante che esibire ricchezza e status.

La cultura riesce ad attirare il pubblico quando si fa evento ed è capace di generare condivisione e discussione. Molti non hanno mai visitato la pinacoteca della propria città, ma sono disposti a mettersi in viaggio per la mostra pubblicizzata dai media.

Negli anni della repressione sessuale la trasgressione riguardava la nudità dei corpi e la pratica del sesso. Nell’epoca della privacy l’osceno riguarda l’esibizione del privato e dei sentimenti.

La parola crisi indica un mutamento rapido in senso positivo o negativo. Siamo abituati a conferirle valore negativo, ma un cambiamento può essere anche fonte di rinnovamento. La crisi porta con sé una riflessione sull’universo precedente. Critica e crisi hanno la stessa radice etimologica.

Se nelle favole c’è il lieto fine è perché la narrazione si interrompe nel momento migliore. Se potessimo sapere cosa succede dopo, forse avremmo amare disillusioni.

L’idolo del capitalismo
© Castelvecchi, 2016 - Selezione Aforismario

Assistiamo oggi a un paradosso: più il mondo diventa complesso – e quindi difficile da spiegare – più la comunicazione deve essere semplice, elementare, per ottenere risultati.

Come la pietra filosofale creava oro, il lavoro creava ricchezza. Oggi il lavoro è morto.

Oggi il lavoro è diventato un diritto, qualcosa che si è perso e che si vorrebbe recuperare, ma che non rappresenta più la nostra identità.

Oggi siamo lavoratori e consumatori, ma siamo anche proprietari/azionisti di quelle stesse aziende che ci sfruttano come lavoratori e ci forniscono, come consumatori, consumi a basso costo.

L’utopia illuminista prometteva a tutti gli individui dotati di rigore e volontà di capire il mondo e, eventualmente, di maturare la marxiana coscienza di classe. Sapere aude, ‘abbi il coraggio di sapere’, è il motto dell’Illuminismo. Nella società postmoderna ci troviamo ad affrontare un mondo complesso armati soltanto di un pensiero che si riconosce debole.

Un problema complesso non è riducibile in modo lineare a una serie di situazioni semplici ma, almeno a livello di propaganda, la destra lo fa. Fa appello al nostro io consumatore e proprietario per bastonare il nostro io lavoratore e affossare la spinta alla rivendicazione dei diritti umani.

Veniamo continuamente istigati all’odio contro una molteplicità di nemici che non sono altro che frammenti della nostra identità.

Oggi la sinistra appare sempre più incapace di discorsi complessi proprio perché il mondo è troppo complesso per essere ridotto a discorso.

Si consuma l’immaginario: serie televisive, cinema, comunicazione. Gli unici consumi materiali sopravvissuti non sono – o non sono solo – simboli di status, ma strumenti di accesso all’immaginario e alla comunicazione: telefonia, tablet, computer, schermi.

Per le famiglie i consumi non si orientano più in direzione di prodotti materiali come elettrodomestici, automobili, vestiti, gioielli. I consumi che sopravvivono e crescono riguardano piuttosto il virtuale e l’immaginario, e questa propensione per l’immaginario nasce e cresce con noi.

Noi cerchiamo riparo dallo squallore delle nostre vite non nel consumo reale, ma nell’immaginario, nella fiction. Se non consumiamo più perché ci siamo impoveriti, se non viaggiamo più perché bloccati dal terrorismo, possiamo ancora vivere come in Total Recall una vita per procura.

L’industria non ruota più intorno ai nostri bisogni materiali, ma vuole fornirci un immaginario precostituito. Nella nostra società tutto è mediato, filtrato, indiretto, tutto appartiene alla dimensione spettacolare.

Fata e strega
Conversazioni su televisione e società con Filippo Losito
© Gruppo Abele, 2019 - Selezione Aforismario

La televisione pedagogica voleva farci tutti colti, la Televisione commerciale tutti ricchi, la Televisione digitale ci rende tutti influencer. E le nostre aspirazioni si sono allineate al modello di televisione prevalente, riscrivendo secondo quel modello le nostre biografie

Diamo giudizi sulla televisione in base a una mentalità che è prodotta dall'influenza della televisione stessa su di noi e sul nostro modo di pensare. In sostanza, quando parliamo di televisione, è la televisione che parla di se stessa attraverso di noi.

La categoria più ostile alla televisione di Stato è costituita dal suo stesso pubblico. Non a caso il canone televisivo viene correntemente definito «la tassa più odiata dagli italiani». Perché pagare per qualcosa che il privato ci offre gratuitamente, magari con maggiore capacità di spesa e con una programmazione più accattivante?

Note
Vedi anche frasi e citazioni di: Umberto Eco - Giovanni Sartori - Vittorio Sgarbi

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