Storia della Massima (di Italo Zingarelli)

In questa pagina si riporta una breve introduzione alla storia della massima, scritta da Italo Zingarelli. In fondo alla pagina trovi anche un link a una storia dell'aforisma più estesa e dettagliata redatta da Aforismario.
Storia della Massima (foto: François de La Rochefoucauld)
Breve storia della Massima
Introduzione a Le minime di Morandotti, vol. II © Vanni Scheiwiller, 1979-1980

Chi volesse tracciare una storia della massima come espressione etico-concettuale dovrebbe rifarsi innanzitutto ai testi fondamentali di tutte le grandi religioni, dal Vecchio e Nuovo Testamento (Proverbi, Ecclesiaste, Sapienza, Vangeli) agli scritti di Confucio, ai discorsi di Budda, ai Veda, al Corano, non meno che alle concezioni dei grandi filosofi e pensatori di tutti i tempi: da Protagora a Socrate e Platone, da Aristotele agli Stoici, da Cartesio a Kant. Ma Kant precisa trattarsi di verità e di norma soggettiva, pertanto non valida come legge universale. Come espressione di verità soggettive, in effetti, massime e aforismi sono incastonati come gemme nelle opere maggiori di tutte le letterature; basti pensare ai tragici greci, a Virgilio, Orazio, Dante, Shakespeare, Molière, Machiavelli, Cervantes, Goethe, Dostoevskij. 

Invece come genere letterario a se stante - ove si prescinda dalle letterature orientali che richiederebbero un discorso a parte - il numero dei loro cultori risulta assai più limitato. Vi figurano anche degli italiani, ma i più fecondi sono stati senza dubbio i tedeschi e i francesi, probabilmente perché portatori di una cultura permeata di pensiero filosofico. Alle origini stesse di questo particolare filone troviamo Ippocrate, padre della medicina, i cui Aforismi - il termine nasce con lui - riguardano sostanzialmente l'arte di scoprire le malattie e di guarire chi ne sia affetto. E alla medicina si riferiscono vari secoli dopo anche gli aforismi della Scuola Salernitana, regole sanitarie in versi latini, che ebbero grande fortuna nel Medio Evo. 

Di ispirazione più propriamente filosofica, con una forte impronta etico-religiosa, sono invece i Ricordi di Marco Aurelio Antonino, che possono forse essere considerati come una delle prime raccolte di riflessioni personali, in cui peraltro le massime sono da rintracciare in lunghi periodi, talvolta di non facile lettura. 

La trattazione d'una determinata materia in aforismi passava, in seguito, nell'ambito più propriamente. letterario, assumendo l'odierno significato di breve massima che condensa in forma succinta e pregnante il succo di riflessioni e esperienze personali. In Italia bisognerà arrivare fino al '500 per trovare un'altra raccolta di massime che rappresenti il distillato di un'esperienza e di un modo di pensare individuali, ugualmente caratterizzata da un alto rigore morale anche se improntata a uno scetticismo più amaro: i Ricordi politici e civili di Francesco Guicciardini. «In una letteratura, com'è la nostra, povera di raccolte di massime, di osservazioni, di pensieri, di divagazioni personali, - scrive il Sapegno - i Ricordi sono un libro singolare e nuovo, che troverà la sua ideale continuazione, fuori d'Italia, in opere come gli Essais di Montaigne, le Maximes di La Rochefoucauld, i Caractères di La Bruyère, l'Oraculo di Baltasar Gracián, e altre siffatte fino agli Essays di Bacone, ancora così fortemente impregnati di spirito del Rinascimento e di sapienza italiana». 

Sono proprio i pensatori e moralisti francesi del «Grand Siècle», a conferire alle massime piena dignità letteraria e compiutezza stilistica, stabilendo una tradizione che poi prosegue nel '700 con accenti sempre più sarcastici fino a Chamfort e Voltaire. Successivamente, col Romanticismo, il genere come tale subisce un'eclissi, anche se di pensose riflessioni e di brillanti aforismi pullulano il romanzo e il teatro, la poesia e la saggistica, le memorie e i diari prodotti dal genio francese fino ai nostri giorni. Così nella letteratura anglosassone, pur tanto ricca di fervori moralistici, di spirito satirico e di humour, si ripete un fenomeno del genere, per cui dopo Bacone e Pope, il «wit» dell'epoca elisabettiana trova espressione e continuazione soprattutto nel teatro, nella saggistica e nel giornalismo, senza quasi mai assurgere a rango di genere. Ma come non pensare a Samuel Johnson e a Dryden, a Swift, a Carlyle (e oltre oceano a Franklin, a Emerson e Twain), per non parlare di Walter Pater, Oscar Wilde e George Bernard Shaw. 

L'eredità dello spirito satirico anglosassone e dell'ironico scetticismo dei moralisti francesi viene invece raccolta in Germania da Lichtenberg, che apre una feconda tradizione che si perpetuerà per tutto 1'800 e oltre, passando attraverso il cupo pessimismo di Schopenhauer e il folgorante irrazionalismo nietzschiano. 

Questa tradizione non trova riscontro nella letteratura italiana degli ultimi due secoli, ma, a prescindere da quella ricchissima miniera che è lo Zibaldone leopardiano, riflessioni, massime e aforismi non mancano negli scritti del Foscolo, del Tommaseo, del Nievo, di Mazzini e di alcuni minori come il D'Azeglio, il Bini, il Settembrini. 

In tempi a noi più vicini nessuno scrittore si è dedicato sistematicamente al genere aforistico. Soltanto occasionalmente, nel contesto di opere di natura diversa, letterati quali Panzini, Bernasconi, Bontempelli, Folgore, Savinio e Flaiano. 

Come verità soggettive, secondo la definizione kantiana, massime e aforismi, oltre al valore intrinseco del concetto che esprimono, possono anche fornire una chiave per penetrare nella personalità dell'autore. E in tal modo si scoprono singolari se non stupefacenti corrispondenze. Come quando troviamo due filosofi così profondamente diversi come il caustico Voltaire e l'ipocondriaco Schopenhauer d'accordo nel sentenziare che lasceremo questo mondo più sciocco e più imbecille di quanto lo abbiamo trovato arrivandoci. O quando in rapporto all'affermazione attribuita a Machiavelli che il fine giustifica i mezzi, scopriamo che a suo tempo Ovidio aveva detto che il risultato giustifica l'atto e che, alquanto dopo il Segretario Fiorentino, l'olimpico Goethe scrisse che il fine santifica i mezzi. Il che dimostra che quando, in ogni tempo e in ogni luogo, delle lucide intelligenze si chinano a esplorare la natura umana, pervengono alle stesse disincantare conclusioni.

Note

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