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Frasi e citazioni teologiche di Hans Küng

Selezione delle frasi più belle e delle citazioni più significative di Hans Küng (Sursee 1928 - Tubinga 2021), teologo, presbitero e saggista svizzero, noto soprattutto per le sue posizioni in campo teologico e morale, spesso critiche verso la dottrina della Chiesa cattolica. 
La norma fondamentale della teologia cristiana, da cui
originano tutte le altre norme, non può essere un’istituzione
o una tradizione ecclesiastica o teologica.
Deve essere invece il Vangelo. (Hans Küng)
Essere Cristiani
Christ sein, 1974

La Chiesa può e deve essere, a tutti i livelli, una comunità di uomini liberi: se vuole servire la causa di Cristo, non potrà mai essere un centro di potere o addirittura una Santa Inquisizione.

L’amore di Dio non protegge da ogni sofferenza. Protegge però in ogni sofferenza.

Una comunità di fede che non riconosce di esistere in funzione di un servizio attivo e disinteressato per la società, gli uomini, i gruppi e i suoi stessi avversari, perde la sua dignità, la sua tensione spirituale e la sua ragione d’essere, perché abdica all’impegno di seguire il Cristo.

20 tesi sull'essere cristiani
20 Thesen zum Christsein, 1975

Cristiano non è semplicemente chi si impegna a vivere in una dimensione umana o sociale o, in particolare, religiosa. Cristiano è piuttosto e soltanto chi si impegna a vivere la propria umanità, socialità e religiosità riferendole a Cristo.

L’elemento decisivo dell’agire cristiano è l’imitazione di Cristo. 

Essere cristiani significa: vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano, seguaci di Gesù Cristo nel mondo d’oggi, sorretti da Dio e fecondi di aiuto per gli altri uomini nella felicità come nella sventura, nella vita come nella morte.

Solo alla luce della fede nel Gesù risorto alla vita è possibile spiegare la genesi della Chiesa: quella Chiesa di Gesù Cristo che è la comunità di quanti hanno fatto propria la causa di Gesù Cristo e la testimoniano come speranza per tutti gli uomini.

L’infallibilità
1977

È il papa che esiste per la Chiesa, non la Chiesa per il papa. Il suo primato non è un primato di potere, ma un primato di servizio.

Il responsabile del servizio di Pietro non deve ergersi né a signore della Chiesa né a signore del Vangelo, ciò che invece fa quando, nella teoria e nella prassi, dopo tutte le esperienze negative del passato e quelle positive del Concilio, interpreta ancor oggi questo Vangelo secondo le categorie di una tradizione, una teologia e una politica ecclesiali recepite acriticamente.

Dio esiste?
Risposta al problema di Dio nell'età moderna (
Existiert Gott?, 1978

Molti sono perplessi tra la fede e l’incredulità, sono indecisi, scettici. Essi dubitano della loro fede, ma anche dei loro dubbi. Molti anzi sono addirittura orgogliosi di questi loro dubbi. Nondimeno rimane il desiderio della certezza.

Parliamoci chiaro: oggi come non mai l’ateismo chiede che si renda conto della fede in Dio. Trinceratasi sempre più sulla difensiva, nel corso dell’età moderna questa fede ha finito abbastanza spesso per perdere la propria voce, in ambiti da principio soltanto ristretti, ma poi presso un numero sempre più grande di persone.

Dio esiste? Qui si deve giocare a carte scoperte. La risposta sarà: Sì, Dio esiste. E anche come uomini del XX secolo si può credere, in maniera del tutto ragionevole, in Dio e, persino, nel Dio cristiano.

Forse oggi è più facile credere che non qualche decennio o addirittura qualche secolo fa. In effetti, dopo tante crisi, molte cose si sono sorprendentemente chiarite, e molte difficoltà che ostacolavano la fede in Dio sono state superate – anche se alcuni non sanno ancora che: non si deve necessariamente essere contro Dio, solo perché siamo per la centralità dei problemi della Terra e dell’uomo e per la teoria dell’evoluzione, la democrazia e la scienza, il liberalismo o il socialismo. Anzi, chi crede in Dio può essere addirittura fautore della vera libertà, uguaglianza e fraternità, dell’umanità, liberalità e giustizia sociale, della democrazia umana e del progresso scientifico controllato.

La fede non deve però essere declamata pateticamente, proclamata dogmaticamente o dichiarata dall’alto di una cattedra, ma fondata con modestia nella teologia.

La norma fondamentale della teologia cristiana, da cui originano tutte le altre norme, non può essere un’istituzione o una tradizione ecclesiastica o teologica. Deve essere invece il Vangelo, l’originario messaggio cristiano: vogliamo una teologia orientata in tutto e per tutto all’indagine storica e critica della Bibbia!

Non si deve parlare il linguaggio arcaico della Bibbia, né quello dogmatico di stampo ellenistico-scolastico, né infine il gergo filosofico-teologico oggi in voga, ma la lingua comprensibile a tutti, quella dell’uomo moderno: non deve essere risparmiato nessuno sforzo in questa direzione!

Gli avversari ideologici non devono essere ignorati, né stigmatizzati, né soppressi teologicamente, ma interpretati in buona coscienza, con la maggior apertura e tolleranza possibile, e allo stesso tempo messi alla prova mediante una corretta e imparziale discussione.

Nessun premio per la “pura” fede e nessuna difesa del sistema “ecclesiastico”, ma sforzi scientifici rigorosi e privi di compromesso per il raggiungimento della verità.

Non deve esistere un sapere esoterico riservato a chi già crede, ma serve la comprensione dei non credenti.

Non serve una mentalità confessionale da ghetto, ma un’apertura ecumenica, quella concepita dalle religioni universali e dalle ideologie moderne: la maggior tolleranza possibile verso chi è estraneo alla Chiesa, verso le persone di altre religioni e l’umano in generale, e, allo stesso tempo, l’individuazione di ciò che è specificamente cristiano.

Teoria e praxis, dogmatica ed etica, devozione personale e riforma delle istituzioni non vanno viste come separate, ma nella loro inscindibile relazione.

Perché sono ancora cristiano
1988

Perché sono cristiano? [...] In breve: perché, nonostante ogni veemente obiezione contro ciò che è cristiano solo di nome, trovo tuttavia nel cristianesimo un orientamento di fondo nelle questioni circa il grande da-dove e verso-dove, perché e a-che-scopo dell'uomo e del mondo: un orientamento di fondo per la mia vita individuale e sociale! E con esso contemporaneamente una patria spirituale, cui vorrei tanto poco voltare le spalle quanto poco in ambito politico le vorrei voltare alla democrazia, di cui a suo modo non meno del cristianesimo si è fatto e si fa un uso indebito e vergognoso. 

Come Nietzsche aveva profetizzato, con la religione è sparita anche la morale. Diviene infatti sempre più chiaro che non si può, come Sigmund Freud avrebbe voluto, fondare un'etica in modo semplicemente razionale, con la sola ragione

È dovere e obbligo del teologo dire le verità opportune importune – anche se per questo dovesse essere punito –.

L'essere di Dio, nella sua totale incommensurabilità che fa saltare tutte le categorie, non è né personale né apersonale, in quanto Egli è entrambe le cose contemporaneamente, e quindi – volendo – lo potremmo definire «transpersonale», «sovrapersonale».

Ogni uomo ha il suo Dio, ha cioè un valore supremo in base al quale egli giudica ogni cosa, in base al quale egli si orienta praticamente, per il quale, in caso estremo sacrifica tutto. E se questo non è il vero Dio, allora è un qualche idolo, un idolo vecchio o un idolo nuovo: denaro, carriera, sesso, divertimento – tutte cose di per sé non cattive, ma che non debbono prendere il posto di Dio, se si vuole che l'uomo non venga reso schiavo.

Per ebrei, cristiani e musulmani, questo unico vero Dio non è il Dio sconosciuto, ma il Dio buono, il Dio amico dell'uomo, su cui anche nel dubbio, nel dolore e nella colpa, anche in tutte le pene private e in tutte le necessità sociali, l'uomo può riporre una fiducia incondizionata e totale, fede appunto.

Progetto per un ethos mondiale
Una morale ecumenica per la sopravvivenza umana, 1991

Nessuna pace tra le nazioni senza pace tra le religioni, nessuna pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni, nessun dialogo tra religioni e culture senza ricerca di base, nessun ethos mondiale senza un mutamento di coscienza, di religiosi e non religiosi.

Credo
La fede, la Chiesa e l'uomo contemporaneo, 1992

La fede dell’uomo in Dio non è un dimostrare razionale né un sentire irrazionale e neppure un atto decisionistico della volontà, bensì un fidarsi fondato e, in questo senso, ragionevole.

Una fede cieca può produrre conseguenze nefaste quanto l’amore cieco.

Della dignità del morire
Una difesa della libera scelta
Menschenwürdig sterben, 1995 (con Walter Jens)

Una morte dignitosa è una possibilità immeritata, un grande regalo: il grande dono. Essa, tuttavia, rappresenta anche il grande compito dell’uomo.

Soltanto noi uomini, tra tutti gli esseri viventi, abbiamo la coscienza della nostra mortalità; anche questo, rettamente inteso, è un grande dono e di nuovo, come vuole il rovescio della medaglia, un grande compito.

Che cosa significa dunque avere un rapporto dignitoso con la morte? Significa comprendere che morire non è semplicemente la fase terminale della vita, con cui si fanno i conti solo quando la morte compare imperiosamente alla porta. Piuttosto si deve intendere il morire come quella dimensione del vivere che concorre a determinare tutte le fasi e tutte le decisioni della vita.

Noi dobbiamo vivere nella serena consapevolezza di questo fatto: che di norma ci è concesso molto tempo per vivere, ma prima o poi dobbiamo ritirarci, dobbiamo andarcene. Siamo esseri finiti.

L’uomo che non rimuove la propria morte, ma la accoglie consapevolmente, vive in maniera diversa. Colui che non rimanda il rapporto con la propria morte alla sua “ultima ora”, ma si esercita con essa nel corso della sua esistenza, ha una diversa disposizione di fondo nei confronti della vita.

Non si sottolineerà mai abbastanza quanto sia importante per il malato incurabile una dedizione umana che duri fino alla fine: la dedizione umana del medico, degli infermieri e delle infermiere, una dedizione che non è sovvenzionata dalla mutua, né è acquistabile dal paziente, ma che è più preziosa di molti medicinali assai costosi.

Anche secondo la dottrina cristiana il paziente non mette in discussione l’esclusivo diritto del creatore sulla vita, se decide in piena responsabilità sull’ora e il giorno della propria morte.

È diritto dei pazienti decidere liberamente se sottoporsi o meno a determinate cure mediche. Nessun medico ha il dovere di prolungare a ogni costo la vita umana, andando così incontro ad una prolungata agonia.

Mi si dice che la vita umana è “dono dell’amore di Dio”, e perciò l’uomo non può disporne. Ma è vero anche quest’altro aspetto: la vita è per volontà di Dio anche compito dell’uomo e perciò è rimessa alla nostra propria decisione responsabile (e a nessun’altra) in un’autonomia, che si fonda sulla teonomia.

Si dice che l’abbandono “prematuro” della vita è un “no” dell’uomo al “sì” di Dio, un “rifiuto della signoria di Dio e della sua amorevole provvidenza”. E questo equivale all’“infrazione di una legge di Dio”, ad un’“offesa della dignità dell’uomo”, a un “crimine contro la vita”, a un’“offesa al genere umano”. Ma [...] che cosa significano tali altisonanti parole di fronte a una vita definitivamente distrutta e a un dolore insopportabile?

Il diritto di continuare a vivere non può diventare un dovere, il diritto alla vita non equivale a una coercizione a vivere.

Proprio perché l’uomo è uomo e resta tale fino alla fine – anche quando è afflitto da una malattia incurabile (caso in cui la morte sia da attendere in un tempo comunque determinato) o quando è moribondo (caso in cui la morte sia imminente) – egli ha diritto non solo a una vita degna dell’uomo, ma anche a una morte e a una dipartita degna dell’uomo; e l’impiego di tecniche che lo mantengono in vita a ogni costo, quando ormai “vita” può solo significare un’agonia di ore, mesi o anni e un’esistenza da vegetale rischia forse (dico “forse”) di negargli questo diritto.

Senza una vita dignitosa non è possibile una morte dignitosa.

Donare pazientemente del tempo al malato terminale è forse l’ultimo più grande dono che gli possiamo fare: donargli del tempo per ascoltare le sue insicurezze, le sue ansie, le sue angosce, per dargli un poco di conforto, e anche per dire con lui una preghiera.

Ciò che credo
2010

Forse si riesce meglio a mantenere la gioia di vivere se si tiene costantemente presente la propria transitorietà e il fatto che la morte può giungere in ogni momento, invece che scacciarne il pensiero.

La globalizzazione, se non vuole avere effetti inumani, richiede anche una globalizzazione dell’etica.

Riflessioni teologiche
Selezione Aforismario

Il sì a Dio è una questione di fiducia. Solo questo sì fiducioso può dare all'uomo certezza e sicurezza definitive.

La persona umana è infinitamente preziosa e deve essere protetta incondizionatamente.

La religione è spesso usata impropriamente per scopi puramente politici di potere, inclusa la guerra.

Non è certo che tutto sia certo, né è certo che tutto sia incerto.

Non mi aggrappo alla vita terrena perché credo nella vita eterna. Questa è la grande distinzione tra il mio punto di vista e una posizione puramente laica.

Non vi può essere convivenza umana senza un ethos mondiale delle nazioni; non vi può essere pace tra le nazioni senza la pace tra le religioni; non vi può essere pace tra le religioni senza il dialogo tra le religioni.

Solo una mariologia che non rifugga dal confronto critico con i documenti biblici; che, invece di presentare Maria come esempio di umiltà ancillare, le riconosca la sua piena femminilità e la metta in rapporto con le altre grandi figure femminili della Bibbia e della storia della Chiesa, può indirizzare l'uomo contemporaneo verso una migliore comprensione del messaggio cristiano.

Un dogma deve continuamente essere reinterpretato, affinché possa rimaner vivo.

Una Chiesa che abbandona la verità, abbandona sé stessa.

Note
Vedi anche aforismi, frasi e citazioni di: Vito Mancuso

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