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Frasi e citazioni di Edoardo Boncinelli

Selezione delle migliori citazioni e delle frasi più significative di Edoardo Boncinelli (Rodi 1941), genetista, filosofo e accademico italiano. Le riflessioni di Boncinelli riportate di seguito sonio tratte dai suoi libri: Il male (2007), La scienza non ha bisogno di Dio (2012), Noi siamo cultura (2015), Contro il sacro (2016), Un futuro da Dio (2018). 
Siamo strani animali, animali curiosi a cui è cresciuto un
po’ troppo il cervello e che vogliono capire tutto, a volte
anche ciò che non si può capire. (Edoardo Boncinelli)
Il male
Storia naturale e sociale della sofferenza © Mondadori, 2007 - Selezione Aforismario

In natura male e bene non hanno alcuna ragion d’essere. Nello stato di natura il male non esiste, né, per la verità, il bene. Entrambi scaturiscono dai nostri giudizi di valore, che non si confanno assolutamente al mondo naturale.

È l’uomo e solo l’uomo che, abituato com’è a dare in continuazione giudizi di valore, proietta più o meno automaticamente le sue categorie sul mondo naturale. Insomma è con l’uomo che compare il male: il male nasce con l’uomo e rimane circoscritto al suo mondo.

Anche il dolore psichico, almeno nella sua forma di dispiacere per una perdita o per un fallimento, ha all’origine una funzione di allarme e di spinta verso un cambiamento. Occorre anche in questo caso fare qualcosa, anche se non è sempre facile individuare che cosa. Così come nel caso del dolore fisico, un dolore psichico troppo grosso e troppo prolungato può condurre alla morte o anche semplicemente predisporci alla sua accettazione.

La psiche può «dolere», così come un dolore fisico può avere una forte componente psichica.

La nostra necessità di identificare sempre una causa, unica e facilmente individuabile, di ogni evento, esclude quasi automaticamente l’accettazione del fatto che qualcosa possa accadere per caso. L’idea di caso, e di casualità, è una delle meno gradite per l’animo umano e delle più difficili da cogliere anche per la nostra mente.

Quando si dice che una cosa è avvenuta per caso si intende dire che al momento non ne conosciamo le cause e quindi, in particolare, che non ce n’è una accertata, con una precisa finalità o anche solo direzionalità.

Io penso che il mondo non sia all’altezza delle nostre aspettative giovanili, perché noi lo viviamo a lungo in maniera parziale e «truccata», almeno rispetto alla nostra visione adulta.

Le cose non solo non hanno necessariamente un senso come piacerebbe a noi uomini ma spesso procedono in modo da sfidare anche la nostra razionalità. Perché non dovrebbero? Il problema è che noi ci aspettiamo che abbiano una razionalità e un senso – fino al punto di immaginare che il tutto sia opera di un’entità superiore dotata di intelligenza e di un progetto – ma nessuno ce lo ha mai garantito

Nessuno può dirsi perfettamente e assolutamente sano, nemmeno in un particolare momento della sua vita. È un po’ l’analogo della sfida faustiana alla ricerca dell’attimo al quale poter dire: «Fermati, sei bello!». Qualche processo patologico è sempre in atto, in ciascuno di noi, in ogni momento. 

In nessun momento della nostra vita possiamo affermare che il nostro corpo non è sotto attacco da parte di qualche microrganismo; costituiamo al contrario un permanente campo di battaglia. Possiamo parlare di salute quando gli effetti delle battaglie in atto al momento non sono materialmente rilevabili.

Ciò che è vivo non può mai stare in quiete. Deve mutarsi e tramutarsi continuamente, svilupparsi, crescere, maturare, invecchiare e morire. La necessità del cambiamento è insita nella natura del vivente. 

Esiste [...] una legge fondamentale di natura che se volessimo potremmo considerare all’origine di tutti i mali, se non il male in sé. Stiamo parlando del secondo principio della termodinamica che sancisce l’inevitabile, continuo aumento dell’entropia, cioè del disordine, del mondo nel suo complesso. Questo principio vale per tutta la materia di cui è costituito il mondo, tanto quella inanimata che quella animata, anche se quest’ultima sembra ridersene. 

Da un certo punto di vista il lungo periodo dell’invecchiamento ci prepara alla morte. Non credo che nessuno arrivi mai ad accettarla – concettualmente è impossibile – ma il quotidiano contrarsi di molte attività e motivazioni può, nei fatti anche se non nei pensieri, condurre a una certa confidenza, se non familiarità, con l’idea della propria morte.

La paura della morte è una componente della vita. È una paura della vita e tale è destinata a rimanere per sempre perché noi non ci incontreremo mai con la nostra morte: o c’è la nostra coscienza, e non c’è la morte; o c’è la morte, del nostro corpo, e non c’è la coscienza. Questa semplice riflessione, espressa a varie riprese nella storia, per esempio da Epicuro, non ha mai consolato nessuno perché nella sostanza non si ha a che fare con una paura della morte ma con una preoccupazione, o con un terrore, di vita. Ma è così.

La morte è quell’evento del quale non c’è, e non ci può essere, il presente del presente: ci può essere il ricordo – della morte altrui, testimoniata personalmente o riferita – e ci può essere l’anticipazione – anche della nostra propria morte – ma non ci può essere l’attimo vissuto della nostra morte.

Sull’immortalità dell’anima c’è poco da discutere. C’è chi ci crede, chi ci crede a metà e chi non ci crede affatto. Né gli uni né gli altri hanno per questo smesso di temere la propria morte. 

L’unico numero che a ciascuno di noi interessa è l’1, lui stesso o lei stessa, o al più il 2, il 3, il 4 o il 5, vale a dire il numero dei componenti della stretta cerchia familiare. I grandi numeri, le statistiche, i resoconti, i bollettini e le regolarità non ci riguardano direttamente, se non come eventuale nutrimento per la nostra curiosità e il nostro intelletto. Una cosa capitata direttamente a noi, specie se grave, non è commensurabile con nessuna valutazione numerica.

La nostra situazione sul pianeta, di fronte alle forze della natura e agli attacchi delle malattie è estremamente precaria e basta lo starnuto di un dio minore per portarci dolore e sofferenza.

Per quanto le nostre vite siano incomparabilmente più sicure che nel passato, tutto oggi può ancora succedere, senza riguardo per nessuno, grandi o piccoli, ricchi o poveri, colpevoli o innocenti. E di questo non riusciamo a farci una ragione, soprattutto, bisogna dirlo, quando le cose negative capitano a noi direttamente.

Se la vita è essenzialmente ordine e il mondo circostante sguazza nel disordine, non fa meraviglia che gli esseri viventi si trovino perennemente sull’orlo di un precipizio, a dover fronteggiare tutti i possibili tipi di «spinte» che il mondo circostante imprime loro per farli precipitare.

Il miracolo, veramente incredibile e possibilmente unico nell’universo, è la vita, ostinatamente contro tendenza, abbarbicata com’è alla sua oasi di ordine o meglio alla sua capacità di produrre e mantenere, temporaneamente e a gran fatica, un suo piccolo spazio di ordine.

È la vita in sostanza lo «scandalo» dell’universo, e ancor più la vita della civiltà. Entrambe sono qui per miracolo e sono sempre in pericolo di estinzione.

A volte sembra che l’identificazione di differenze di qualsiasi tipo sia più una scusa per scatenare periodicamente l’aggressività verso i propri simili, che non la causa di tali conflitti e aggressioni. Non sono le differenze, in sostanza, che sembrano scatenare i conflitti, ma è l’aggressività che individua differenze e divergenze di ogni sorta appena può.

La famiglia è il regno dell’ambivalenza, del non-detto e del represso, del fuoco che arde sotto la cenere e della procrastinazione cronica, degli affetti più teneri, insomma, mescolati agli odi più sordi, e può divenire un vero inferno.

Dentro di noi sonnecchia sempre una fiera; tutto sta nel non farla risvegliare oltre un certo punto.

I più non riescono proprio a credere che appena sotto la scorza dell’educazione e del rispetto reciproco ci sia l’uomo di sempre, che ha tra l’altro a disposizione strumenti che non sono quelli di sempre, ma al contrario enormemente più potenti, efficaci e spesso micidiali. È un errore di prospettiva, come di chi pensasse che non esistono più i batteri perché li sappiamo controllare con disinfettanti e antibiotici. 

Viene un sospetto, anzi due: che il progresso morale sia enormemente più lento di quello materiale perché c’è meno interesse nel primo che nel secondo; che la direzione del progresso delle conoscenze sia chiara e accettata da tutti, mentre per il progresso morale ci sono troppe possibili direzioni e troppa divergenza sull’obiettivo da perseguire.

Le specie più aggressive sono quelle nelle quali i diversi membri si riconoscono l’un l’altro e possono così stabilire legami «personali»: l’aggressività va di pari passo con la capacità di riconoscersi e trattarsi come individui, cosa che non si riscontra in tutte le specie.

Un essere vivente senza aggressività sarebbe in grave svantaggio rispetto ai suoi simili e anche un uomo totalmente privo di aggressività non andrebbe molto lontano, non fosse che per il sottile rapporto che lega l’aggressività e la carica vitale, o se preferite, la mancanza di aggressività e la tendenza alla depressione.

Non c’è niente di più edificante del contemplare la cattiveria altrui, meglio se riconosciuta pubblicamente e punita. Questo è uno dei motivi fondamentali per i quali la gente legge storie o va al teatro o al cinema, come si sa almeno dai tempi degli antichi greci e del loro splendido teatro.

Dentro di me c’è tutto fuorché stabilità. L’io è un po’ come la superficie del Sole. Da lontano sembra uniforme e immutabile, ma osservata da vicino è tutto un susseguirsi di fiammate e di ricadute di fiamma, come in una specie di fontana incandescente, e talvolta rovente.

Il nostro io è la culla e il teatro del divenire e il divenire non può essere quieto e definitivo, quasi per definizione. 

Questa è la nostra «natura», vale a dire quel misto di natura e di cultura che ci caratterizza. Abbiamo scelto di essere così? In gran parte no. Potremmo cambiare? Forse. Ma non per diventare pacifiche e organizzate api o termiti. Perché questo sarebbe il vero trionfo della morte.

La scienza non ha bisogno di Dio
© Rizzoli, 2012

Tutti i viventi, in tutte le parti del mondo, con le loro strutture e le loro funzioni, fanno parte di un’unica danza, di un’unica fiamma, di un unico evento. 

La natura prometeica dell’uomo si è manifestata e concretizzata. Perché l’uomo è sì il prodotto di miliardi di anni di vita e di evoluzione biologica, ma ha fatto uno scatto in avanti, ponendosi come sua coscienza pensante, piena di immaginazione e di fermenti di trasformazione.

Noi siamo cultura
Perché sapere ci rende liberi © Rizzoli, 2015

Siamo strani animali, animali curiosi a cui è cresciuto un po’ troppo il cervello e che vogliono capire tutto, a volte anche ciò che non si può capire.

L’uomo deve assolutamente essere sociale per essere uomo. Non tanto e non solo perché vivere in comunità è utile per condurre un’esistenza migliore, ma perché è il vivere in un collettivo, almeno per un lungo periodo iniziale, che fa di un essere umano un essere umano.

Un uomo vero, un uomo colto, un cittadino di una nazione colta dovrebbe sapere un po’ di tutto.

Ogni nuova acquisizione di sapere ci aiuta a vedere chiaro in qualcosa che è confuso, a soddisfare la curiosità, ad arricchire la nostra personalità.

Godiamoci tutto, perché ce lo abbiamo e perché ce lo siamo meritato. E più è, meglio è.

Vulgus vult decipi, dicevano i latini, e sotto questo aspetto gli intellettuali sono anche peggio delle persone semplici. Bisogna scegliere, quindi: o l’ignoranza e la falsa conoscenza oppure il coraggio di guardare in faccia la realtà, con tutto quello che questo comporta.

Contro il sacro
Perché le fedi ci rendono stupidi © Rizzoli, 2016 - Selezione Aforismario

L’assenza di un idolo, die Abwesenheit eines Götzen, può creare un deserto. Ma se c’è, il deserto va vissuto. E fino in fondo.

Nonostante si parli del nostro tempo come di «Era della Scienza e della Tecnica» e si sbandieri un unanime sentimento razionalistico e filoscientifico, ancora oggi molti di noi proprio non riescono a mandar giù il fatto che, ripercorrendo a ritroso il proprio millenario albero genealogico, si rischi di incappare in un lontano antenato dai tratti somatici indiscutibilmente scimmieschi. Insomma, nelle nostre foto di famiglia i primati non sono i benvenuti.

Non soltanto noi non ci facciamo da soli, ma ci troviamo progressivamente a essere in questo mondo, provenendo dalle nebbie mentali dell’infanzia, sensazione che, incidentalmente, è all’origine di tutti i miti che invocano una primitiva Età dell’Oro in un Eden originario, in cui tutto era gradevole, ragionevole e «perfetto».

È «per fare» che ci sentiamo nati. Per ingannare il grande nulla con una serie di gesti, intenzionali e intenzionati, e di azioni dirette a conseguire qualcosa.

Siamo abituati da tempo ad accettare il fatto che il leone non fa né bene né male ad abbattere la gazzella e a divorarla o che il cuculo non fa né bene né male ad approfittare di un nido non suo. Abbiamo qualche difficoltà in più ad accettare le grandi catastrofi naturali e le estinzioni di massa, talvolta di dimensioni apocalittiche. Ma oggi ci viene anche chiesto di accettare che alla base di tutto non ci sia che una ridda di spinte e controspinte materiali e spesso molecolari, il cui regista, se di regista si può parlare, è il caso.

La vita non ci piace sempre – spesso è sofferta e ingrata – ma non la vogliamo perdere, perché la morte è in fondo stretta parente della perdita di appartenenza. Ciò rappresenta uno dei più grandi enigmi del nostro essere.

L’uomo di oggi come quello di ieri si pone più o meno consapevolmente una serie di domande, che qualcuno definisce le domande supreme o le domande ultime: come si è originato il mondo? Come è nato l’uomo? Come è arrivato dove è arrivato, e dove andrà? Chi siamo e come dobbiamo comportarci? Che cosa ci attende dopo la morte? Che senso ha la vita, e che senso ha tutto questo? Anche oggi nessuno di noi può fare a meno di porsele, domande come queste, né io posso farne a meno. D’altra parte, io so che è inutile e fuorviante cercare una risposta a tali domande: di risposte serie non ce ne sono e si è costretti a inventarsene di arbitrarie e fasulle. 

Il ricorso a concetti e valori sacri, cioè intoccabili, condiziona e restringe di molto l’uso della razionalità, essenzialmente perché sacro significa spesso indiscutibile, e soprattutto indiscutibile apriori: un atteggiamento questo che è proprio l’opposto dell’uso della razionalità.

Ogni forma di religiosità poggia su uno zoccolo duro, rappresentato da una spiccata tendenza al paganesimo, una forma di religiosità primordiale dura a morire. Le originarie tendenze animistiche tornano a galla e prendono le forme più diverse e contorte, con una coloritura di vera e propria superstizione. 

Un futuro da Dio
Così il progresso dei sapiens conduce verso l’immortalità © Rizzoli, 2018

L’uomo ha da sempre il vizio di sovrapporre i propri desideri alla realtà, ovvero di cercare di vedere le cose come vorrebbe che fossero piuttosto che come sono.

Questa, in fondo, è la differenza fra scienza e religione o, più in generale, tra scienza e ideologia. Sta tutto nella capacità di riuscire a vedere il mondo qual è o «accomodarlo» invece a nostro piacimento: se ne fossimo in grado non esisterebbero mitologie o religioni oppure radicate posizioni ideologiche, per le quali l’uomo si farebbe uccidere piuttosto che rinunciarci.

Noi siamo in grado di «vedere» bene, ma non abbiamo la forza di accettare quello che non ci piace, e dunque ci comportiamo come se non riuscissimo ad affrontare la realtà, nonostante affermiamo di cercare strenuamente la verità.

In fondo, noi uomini non siamo tanto diversi da un’ameba. Però siamo riusciti a costruire un mondo. Se poi siamo, come credo, l’unica forma di vita nell’universo, siamo l’unica specie che ha compiuto una tale impresa. 

Se la vita ha un fine – e secondo me non ce l’ha – potrebbe essere quello di renderci sempre più liberi dai nostri bisogni biologici, liberi di compiere quei gesti gratuiti che ci danno piacere, che da un lato sembrano futili, ma dall’altro sono quelli che ci rendono umani.

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La vita non offre leccornie da asporto: meglio che ve le assaporiate sul posto.

Il cuore sa sbagliare benissimo da solo, ma quando ha l’avallo della ragione è letteralmente incontenibile.

Non vi lamentate! Pensate che appena nato l’universo andò subito incontro a un’inflazione.

È particolarmente difficile far cambiare idea alle persone. Il problema è rappresentato dal fatto che ad ogni parola ciascuno attribuisce sempre qualche significato specifico che conosce soltanto lui. E forse nemmeno.

Si vive di piccole cose pensando alle grandi.

Un 8 sdraiato e rilassato può aspirare all’infinito.

Gli esseri umani escono volentieri di casa nella speranza di incontrare persone più simpatiche di loro.

Una delle cose più difficili di questo mondo è eccellere nella mediocrità, ma qualcuno vi riesce. E bene.

Chi invoca di continuo “certezze”, troppo spesso chiama certezza una conferma ufficiale delle proprie idee.

Soltanto i malcapitati vengono agli onori della cronaca. Ma che ne è stato dei bencapitati?

Prima di vantarvi di saper leggere tra le righe accertatevi di saper leggere le righe stesse.

Ci sarà pure qualcuno che dice la verità, ma come individuarlo?

Essere morti è il più inappellabile degli ossimori.

Note
Vedi anche aforismi, frasi e citazioni di: Giulio Giorello

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