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Aforismi, frasi e citazioni di Giulio Giorello

Selezione di aforismi, frasi e citazioni di Giulio Giorello (Milano 1945-2020), filosofo, matematico, accademico ed epistemologo italiano. La maggior parte delle seguenti riflessioni di Giulio Giorello sono tratte dai suoi libri: Di nessuna chiesa (2005) e Senza Dio (2010).
Sappiamo tutti che la vita finisce nella morte:
questa non è una ragione per non vivere. (Giulio Giorello)
Di nessuna chiesa
La libertà del laico © Cortina, 2005 - Selezione Aforismario

Essere di nessuna chiesa significa tollerare ogni chiesa, riconoscendone il diritto all'espressione anche nel libero atto di prenderne le distanze. In questo senso, l’indifferenza è la migliore garanzia di una piena fioritura umana.

Chi è di nessuna chiesa non si ritrova neppure in una chiesa di atei.

Non ritengo che i rischi legati a una possibile degenerazione della società aperta e libera (o il riconoscimento del suo carattere contingente e storico) siano motivi sufficienti per ripiegare sulla clausura.

Sappiamo tutti che la vita finisce nella morte: questa non è una ragione per non vivere.

Un tempo i cieli erano popolati da Dei che oggi consideriamo alla stregua di proiezioni umane più o meno ingenue. Ma per secoli, anzi per millenni, essi apparvero più potenti degli uomini, se non addirittura i loro creatori. C'è una parola latina che rende bene questo sovrastare: superstitio.

Come diceva John Locke, siamo costretti a scegliere “non nel chiaro meriggio della certezza, ma nel crepuscolo delle probabilità” – il che comporta rischi e responsabilità in un mondo in cui ciò che pare opportuno (o, se si preferisce, buono) oggi non lo è necessariamente domani (e spesso non lo è stato neppure ieri). È in questo scarto che si misura la libertà dell’agire umano: una libertà che può essere talora vissuta come un peso intollerabile, al punto da rendere seducente l’offerta di un qualche principio assoluto – absolutus, cioè sciolto da qualsiasi contingenza.

Dal confronto (e dallo scontro) ognuno ha da guadagnare; viceversa, fare tacere anche uno solo è un danno, prima che per lui, per il resto della comunità.

Troppo spesso si dimentica che il contrario di relativismo è assolutismo.

Chi vuole combattere il relativismo non dovrebbe conoscerlo meglio? Dichiarare che esso comporta una più o meno quieta accettazione di qualsiasi teoria, forma di vita o costellazione di valori, significa restare alla superficie delle cose.

I problemi davvero speculativi hanno una profonda valenza concreta. Alla base di decisioni pratiche stanno sovente scelte filosofiche.

Nulla vieta di considerare la “vita” come qualcosa di sacro, magari intendendo quest’ultimo termine non solo nell'accezione cristiana. Ma ciò non può essere spacciato come fatto scientifico, e neppure come sua norma. In contesti come la fecondazione assistita, lo statuto dell’embrione umano, le diagnosi preimpianto, ecc., l’alternativa è tra un intervento responsabile e un irresponsabile inchinarsi al caso.

Perché demandare a una qualche forma di stato etico o teocratico il diritto/dovere di rappresentare e vincolare scelte strettamente personali? Perché presupporre che i singoli cittadini vivano sempre in una condizione di “minorità” che impedirebbe loro di assumersi le proprie responsabilità? Non sarebbe molto più umano lasciare a ciascuno il peso della propria sofferenza, ma anche quello della propria scelta?

Negare delle opportunità oggi concretamente disponibili in nome di un qualche valore, che come ogni valore non è necessariamente condiviso, significa ancora una volta discriminare i membri di una comunità in modo arbitrario.

La tolleranza non è un’utopia irrealizzabile in alcun luogo e in alcun tempo, ma uno strumento efficace perché possa nascere e conservarsi una società libera e aperta – libera, in quanto ammette per qualsiasi opinione o forma di vita il diritto a una pubblica difesa; aperta, in quanto è costitutivo del patto il rispetto di chi opta per entrare come di chi opta per uscire.

Da destra come da sinistra, da reazionari come da progressisti, da chierici come da “laici”, la tolleranza viene sospettata di paternalismo, condiscendenza e (più o meno celato) senso di superiorità. Il ritornello è sempre lo stesso: si tollera quello che non si ama, e solo quando non lo si considera pericoloso per la costellazione dei propri pregiudizi.

Menti più raffinate ci ripetono che la tolleranza è ostacolo a una genuina partecipazione, e che pertanto occorrerebbe andare oltre, in un coinvolgimento reciproco che offra a chiunque la possibilità di integrarsi - senza lasciare ad alcuno la libertà di sottrarsi. Questo sogno da “anime belle” ha sempre di più la parvenza dell’incubo da cui vorrei destarmi – per dirla con il Dedalus di Ulysses. Altro che dittatura (inesistente) del relativismo. Come si può pretendere di andare oltre la tolleranza se non si è prima cominciato a praticarla?

Chi sceglie per un noi esclusivo presuppone, più o meno tacitamente, il primato non solo dei propri valori, ma anche dell’identità in quanto tale.

La libertà può essere ristretta solo a vantaggio della libertà stessa.

Drastiche misure di esclusione non colpiscono soltanto loro, ma anche noi, non foss’altro perché la “smania di reprimere” può rivelarsi più contagiosa persino del terrorismo.

La società cui penso dovrebbe essere deputata a intervenire con la massima efficacia su chiunque (razzista dichiarato o meno) nuoccia agli altri, minoranze o maggioranze che siano, ma non a stabilire sanità e follia, a modellare mentalità e a frugare nelle coscienze.

Mi dà motivo di gioia che qualsiasi forma di apartheid venga smantellata, anche col ricorso all'uso della forza.

Lussuria.
La passione della conoscenza © Il Mulino, 2010

La lussuria come passione della conoscenza non si limita alle donne (o magari agli altri uomini), ma ad una specie di strani organismi: le idee, protagoniste dell'evoluzione culturale.

Senza Dio
Del buon uso dell'ateismo © Longanesi, 2010 - Selezione Aforismario

In una società libera persino la blasfemia può avere una funzione euristica: individuare i punti deboli di questa o quella impostazione religiosa e manifestare persino con l'insulto l'insofferenza di chi cerca di ragionare o di agire fuori dalla gabbia dei conformismi.

Ateo non è tanto chi logora il proprio tempo nel cercare di dimostrare che Dio non c'è, ma chi decide di vivere senza o perfino contro Dio.

L'ateismo non è una dottrina definita, ma un complesso di atteggiamenti, alcuni dei quali mi paiono più efficaci della mera sospensione del giudizio.

Vedo l'ateismo non come una rete di dogmi (simmetrici a quelli di qualsiasi teismo), ma come un repertorio di strumenti, intellettuali e pratici, che riguardano il nostro modo di indagare l'universo e di scegliere il nostro destino.

Il mondo non è fatto appositamente per noi più di quanto i mari lo siano per i pesci.

Esponenti di questo o quel fondamentalismo tacciano la tolleranza di essere solo un segno di indifferenza o sussiegosa altezzosità: essa viene trattata come una parola vuota e inutile, mentre viene dimenticato disinvoltamente il complesso e tormentato percorso filosofico che ha messo fine a secoli di sanguinose guerre di religione. Si preferisce sempre più usare l'idea di rispetto a cui avrebbero diritto tutte le credenze o pratiche, per quanto assurde ci paiano.

Il «tollerante» diritto di cittadinanza per qualsiasi credenza o pratica, indipendentemente da quanto assurda o irragionevole possa sembrarci, non va confuso con la retorica del rispetto che richiede che a ogni credenza o pratica venga garantita una sorta di immunità perpetua da qualsivoglia critica o dissenso.

Se è lecito richiedere tolleranza per gli individui (nel senso di lasciar loro la libertà di esprimere le proprie idee), non necessariamente dobbiamo portar reverenza a tutte le idee, rinunciando all'arma della critica.

Così come non si pretende reverenza per la scienza (ma si rivendica il diritto degli scienziati a condurre in piena autonomia le proprie ricerche, contro gli attacchi e le azioni quotidiane svolte per impedirle), non c'è ragione di pretendere reverenza per qualsiasi religione (anche perché oggi nessuno, almeno in Occidente, mette in discussione la libertà di dedicarsi a questo o quel culto, purché non sia lesivo della legge).

Perché alcuni pensano che sia lecito bloccare un'attività scientifica e si scandalizzano se viene impedito che, poniamo, si celebri una messa? Perché, infine, la critica sarebbe legittima e auspicabile nella scienza (e contro la scienza) e rimarrebbe «blasfemia» e peccato nella religione (e contro di essa), si tratti di una qualche forma di politeismo o di uno qualsiasi dei nostri tre monoteismi?

Ci si dovrebbe sentire soddisfatti se si riesce a far capire ai fanatici di ogni risma che siamo disposti a combattere l'attentato alle nostre libertà ricorrendo – se è il caso – anche alla forza fisica.

Qualsiasi esponente di un qualunque clero dev'essere libero di dire quello che vuole, ma nessun Reverendo merita reverenza.

La mia è un'esortazione a che gli atei siano davvero «libertini» nella loro irriverenza: che cioè accolgano nelle sedi pubbliche più diverse, o magari nelle loro abitazioni private, se lo ritengono opportuno, gli esponenti di qualsiasi chiesa, sinagoga, madrassa ecc. e li lascino pure parlare dei beni ineffabili della loro religione; ma che poi a quei signori non venga risparmiato l'attacco critico più spietato, senza alcuna remora all'esercizio dell'analisi scientifica o magari della satira più perversa.

Il libertino, coerente nella sua irriverenza, combatterà non solo qualunque imposizione religiosa nel senso classico della parola, ma anche qualsiasi forma coercitiva di ateismo, anche se la coercizione viene esercitata in nome di uno dei tanti «valori umani» predicati sotto un cielo vuoto di Dio.

Sono convinto che si possa avere un'etica pubblica anche senza Dio, ma ritengo altrettanto sensato pensare che si possa avere una società libera anche con Dio.

Esigere che la società sia aperta a ogni realtà religiosa (purché quest'ultima rispetti il vincolo dell'assenza di danno ad altri) non implica tuttavia autorizzare quel Dio a devastare impunemente le nostre esistenze.

Una società con Dio – o con più Dei, tanti quante sono le «chiese» che propongono la propria (magari «unica») divinità – può restare libera solo a patto che non impedisca ad alcuno di negare l'esistenza di questa o quella divinità, anche se costui si fa «impudentemente» beffa dei sacri testi di qualsivoglia dottrina filosofica o religiosa.

Non ci sono bestemmie o lazzi così «satanici» da richiedere un qualche intervento di Stato: non sono capaci i tanto zelanti servitori di Dio di rispondere con una critica intelligente ai blasfemi o ai beffeggiatori?

Persino dei papi si sono chiesti dove fosse Dio al tempo di Auschwitz. Già, dove? In qualche piega remota dello spazio-tempo einsteiniano, troppo lontano per vedere i dettagli della sua creazione e comprensibilmente disgustato dagli spettacoli offerti dall'incubo che chiamiamo storia? O al pub, autore pentito, a bere per dimenticare? Non sappiamo, dice l'agnostico. Piuttosto, non c'era, perché non c'è e non c'è mai stato, ribatte l'ateo.

Relativismo non si oppone a verità, ma ad assolutismo. Per di più, non è un tranquillo punto di arrivo, ma un inquieto punto di partenza

Non mi interessa in sé la questione dell'esistenza o della non esistenza di una qualche divinità – se non esiste, ciò è bene per la nostra argomentazione; se esiste, è ancora meglio (più significato avrà la nostra ribellione) – quanto il fatto che Dio può venire impugnato come una clava per sottrarci ogni forma di autonomia – filosofica, politico-economica, tecnico-scientifica.

Ni dieu ni maître, ovvero né dio né padrone, recita il motto degli anarchici. Mi piace.

Per me la libertà non è un'influenza contro la quale bisogna vaccinarsi, bensì la condizione di base per la vita che decidiamo di vivere, senza che nessuno venga a dettar legge alla nostra coscienza.

Il tradimento
In politica, in amore e non solo © Longanesi, 2012

Il senso del tradimento trascende le motivazioni di chi ha tradito, non solo perché in troppe situazioni rivela una valenza storica che supera speranze e timori - nobili o sordidi che siano - degli attori che vi sono coinvolti (almeno due: il traditore e il tradito; per non dire di pubblico e comprimari), ma perché assume nei casi più elaborati le caratteristiche di una vera e propria opera d'arte.

Ma chi è, dunque, il traditore? E chi illude gli altri e magari se stesso grazie alla capacità di varcare ogni limite sfidando natura e fortuna, o addirittura la volontà divina. La sua opera investe così la cosmologia, perché mira a squassare l'intero universo; la politica, che è la sua nicchia d'elezione; la teologia, perché non esita a coinvolgere Dio nel gioco; la metafisica, ove il tradimento svela le strutture profonde, sottostanti alle superfìci delle apparenze; L'etica, che dal tradimento viene plasmata, ora resistendovi ora inglobandolo in un processo incessante di chiarificazione della mente; l'arte, poiché tradire è insieme un evento del mondo e uno stato dell'anima.

Articoli e interviste
Selezione Aforismario

Gli scienziati sbagliano quando, davanti ad una parte di realtà che non corrisponde alla loro teoria, cercano di cancellare la realtà anziché modificare la teoria.

Il fondamento dell'etica è la pratica dell'etica, non c'è nessun bisogno di fondarla su qualcosa d'altro.

Il nucleo dell'interventismo cattolico non è in linea di principio troppo diverso dal cosiddetto fondamentalismo islamico (anche se personalmente non amo questa locuzione). In entrambi i casi, la nostra risposta dev'essere una sola: non passeranno!

La filosofia secondo me è un modo di scontrarsi con la pratica.

Qualunque comportamento umano, anche il più orribile alla luce di certi valori, è naturale, perché è consentito dalle leggi di natura.

Un ateismo metodologico è un modo di vivere come se Dio non ci fosse, o prescindendo da Dio, o prescindendo da coloro che pretendono di imporre i loro valori in nome di Dio.

Io ritengo che noi possiamo dare un senso al mondo senza bisogno di tirar fuori necessariamente Dio.

Libro di Giulio Giorello consigliato
Senza Dio
Del buon uso dell'ateismo
Editore: Longanesi, 2010

Come vivere, agire, lottare, morire quando si può contare solo su se stessi? È la sfida cruciale per un nuovo Illuminismo, inteso non solo come difesa di fronte al dispotismo, ma come compagno di strada anche per coloro che ancora avvertono il bisogno d'amore a cui un tempo si dava il nome di Dio. Da «ateo protestante», l'autore di questo libro non mira a dimostrare che Dio non c'è ma a definire l'orizzonte di un'esistenza senza Dio. Una vita, quindi, che prescinda da qualsiasi forma di sottomissione al divino, rifiutando rassegnazione e reverenza, ritrovando il piacere della sperimentazione nella scienza e nell'arte, e riscoprendo infine il gusto della libertà, soprattutto quando essa appare eccessiva alle burocrazie di qualsiasi «chiesa». Un ateismo non dogmatico che può essere utilizzato persino da ogni credente stanco della furia dei vari fondamentalismi che hanno sostituito al dono della Grazia del Signore il paesaggio desolato della repressione e dell'intolleranza.

Note
Vedi anche aforismi, frasi e citazioni di: Piergiorgio Odifreddi

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