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Frasi e citazioni di Luca Serianni

Selezione di frasi e citazioni di Luca Serianni (Roma, 1947-2022), linguista e filologo italiano, professore ordinario di linguistica italiana presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Ha detto di sé Serianni: "Come storico della lingua italiana, avverto anche l’esigenza di un certo impegno civile: diffondere la padronanza della lingua e della sua storia è un modo per rafforzare il senso di appartenenza a una comunità".
Molte volte pensiamo cose che non vanno dette e che persino
noi stessi dopo qualche tempo vorremmo non aver dette.
(Luca Serianni)
Prima lezione di grammatica
© Laterza, 2006

Tradizionalmente, il problema del buon uso linguistico si è posto sempre (talvolta persino in modo esclusivo) in riferimento allo scritto, mentre nel parlato – almeno in quello più spontaneo – un’eccessiva cura linguistica è stata addirittura stigmatizzata («Parla come mangi!»).

Oggi il parlato ci circonda da ogni lato, questo è vero; ma non è men vero che la nostra epoca è un’epoca alfabetizzata, al punto che la scrittura può competere con la comunicazione orale (posta elettronica e sms / contatti personali e telefonate) e comunque condiziona lo stesso immaginario linguistico.

Chi denuncia una decadenza generale della proprietà linguistica in cui nessuno si salva, oltre a manifestare lagnanze inutili (lanciando un telum sine ictu, si sarebbe detto un tempo), mostra di non tener conto del naturale dinamismo della norma che non è mai fissata una volta per tutte

Dei giornalisti si può pensare tutto il male possibile, ma non se ne può discutere in generale la padronanza linguistica

Leggere, scrivere, argomentare
Prove ragionate di scrittura © Laterza, 2013

Scrivere bene significa anche leggere bene, non solo comprendendo parole e frasi, ma cogliendo le sfumature e le implicazioni del discorso e, eventualmente, l’intento persuasivo dell’autore.

Scrivere bene un articolo o un saggio significa fare emergere una tesi di fondo, intorno alla quale sono selezionati gli argomenti pertinenti; dominare perfettamente sintassi e testualità; usare un lessico puntuale e spesso non banale.

Lo studio è una cosa seria, non necessariamente seriosa. E se, come diceva Deng Xiaoping, non importa di che colore sia il gatto purché catturi i topi, l’accrescimento della padronanza linguistica può ben passare anche attraverso il gioco.

Giornalisti non si nasce, ma si diventa, dopo un apprendistato abbastanza impegnativo, per il quale la scuola non ha finora mostrato interesse. 

Prima lezione di storia della lingua italiana
© Laterza, 2015

Come tutti sanno, l’italiano deriva dal latino; deriva, o meglio è il latino del XXI secolo, senza apparenti soluzioni di continuità, come è andato trasformandosi di generazione in generazione. Il punto di partenza non è il latino classico, codificato già dagli antichi come modello letterario, bensì un “latino volgare”, ossia una varietà parlata, presumibilmente alquanto diversa da una regione all’altra all’interno dell’immenso impero romano.

Il sentimento della lingua
Conversazione con Giuseppe Antonelli © Il Mulino, 2019 - Selezione Aforismario

Si sente dire, anche da chi insegna a scuola: «Che noia ripetere sempre la stessa cosa…». Ma non è vero, perché ovviamente cambiano gli individui e la didattica è sempre orientata a un particolare destinatario, più o meno sensibile e attrezzato: quindi i modi per illustrare un tema possono essere molto vari.

Il modo in cui noi comunichiamo dice molto di noi, di quello che pensiamo e che sappiamo. Ed è fondamentale, questa volta in termini di cittadinanza, per stabilire rapporti cooperativi con gli altri esseri umani: rapporti il più possibile – diciamo pure – civili, degni di un civis, appunto, degni di un cittadino.

È fin troppo banale dire che l’aggressività verbale è qualcosa che va represso, come va repressa in generale l’aggressività fisica. 

Io non ho nessuna resistenza a fare l’elogio dell’ipocrisia, se per ipocrisia si intende non dire sempre quello che pensiamo. Molte volte pensiamo cose che non vanno dette e che persino noi stessi dopo qualche tempo vorremmo non aver dette.

Serve un filtro (e possiamo essere solo noi a crearlo in noi stessi) tra quello che si agita nel nostro confuso animo e quello che scriviamo, postiamo: che rischia, come si dice, di diventare virale.

Un consiglio che ho dato sempre agli allievi, che do sempre a tutti, è quello di mettere in bilancio, quasi come una variabile ineliminabile della vita, che ci possano essere delle sconfitte – è normale.

Quando si irride all’aspirazione a un posto fisso da parte dei giovani, si dice una cosa che non ha fondamento: il posto fisso è un modo per riconoscersi stabilmente in una certa prospettiva.

La scuola deve badare a quello che, in fondo, ha sempre fatto come sua specifica missione: cioè la formazione. Le varie materie vanno studiate in relazione al loro potenziale formativo. 

La storia della filosofia, così come noi la concepiamo, secondo me è una materia che può arricchire molto. Certo, a che cosa serve? A niente. Però viviamo di tante cose che, in realtà, non servono a niente, ma alla fine hanno un’importanza per la vita di ciascuno di noi che può essere notevole.

Un bravo insegnante può fare miracoli didattici.

Gli articoli dei giornali, delle riviste di divulgazione scientifica, gli stessi libri di testo di materie diverse dall’italiano possono fornire un modello di lingua alta – non banale, non quotidiana – e un’opportuna occasione di riflessione linguistica.

Attraverso l’osmosi col testo scritto si finisce con apprendere non solo singole parole, ma anche il modo di impostare un discorso, il senso delle sfumature.

Possiamo dire, banalmente, che il bravo insegnante è chi prende un alunno in condizioni precarie, per condizionamenti socioculturali o per problemi individuali [...], e lo porta a risultati accettabili. Non chi insegna a uno studente con un buon livello intellettuale, che ha già tutti gli stimoli utili a casa, ha una buona biblioteca di famiglia, magari ha fatto esperienze all’estero perché i genitori l’hanno mandato in varie parti del mondo.

La maestra o il maestro [...] è più importante dell’insegnante di liceo, perché getta le fondamenta.

È un lavoro decisivo, quello dell’insegnante elementare: una figura che, del resto, molti adulti ricordano con particolare gratitudine, con particolare affetto.

Un buon insegnante può ricavare molto dal proprio lavoro e forse con queste soddisfazioni può compensare, almeno in parte, le mortificazioni che derivano non solo dallo scarso riconoscimento sul piano economico – vecchio discorso – ma, anche, almeno nelle grandi città, sul piano del riconoscimento sociale. 

Una volta intrapresa la carriera dell’insegnante (e va intrapresa solo se c’è vocazione, non certo come ripiego), bisogna valorizzarne gli aspetti che possono dare una giusta soddisfazione e un giusto riconoscimento alle proprie fatiche.

Arrivare a un livello adeguato di lingua significa, naturalmente, padroneggiare il lessico: un lessico più ricco di quello che si identifica con il lessico di base, delle duemila o seimila parole che sono sufficienti per sopravvivere quotidianamente senza grandi difficoltà. 

Non c’è solo il lessico. È fondamentale anche dominare una sufficiente gittata sintattica, maturare la capacità cioè di interpretare e di costruire un periodo complesso: una capacità, sia ricettiva sia produttiva, che presuppone un’istruzione adeguata.

Sono favorevole alla richiesta di mandare a memoria la poesia – non la prosa, per quanto sia atteggiata a prosa d’arte – per educare al ritmo e alle rime, soprattutto nella scuola primaria. È in gioco la possibilità di acquisire, così, l’abitudine a una certa specificità della lingua poetica. 

Fra i testi scritti – questo è un mio vecchio pallino – ha particolare importanza il riassunto, che ho cercato in tutti i modi di promuovere. Perché è una prova tutt’altro che servile, che anzi verifica congiuntamente tante competenze diverse: la comprensione di quello che abbiamo letto, la capacità di gerarchizzarne le informazioni, la capacità di esprimere tutto in forma adeguata.

Il riassunto è un esercizio molto indicato proprio nelle fasi in cui si gettano le fondamenta dell’educazione linguistica.

Con l’abuso della comunicazione mediata elettronicamente si rinuncia a tanti aspetti della vita (in primo luogo alla socialità: altra cosa dai social!) che sono fondamentali in qualunque età. 

Non dimentichiamo che, a norma della Costituzione, la rappresentanza politica prescinde dal titolo di studio. Eccepire sul fatto che tra i parlamentari non ci sono sufficienti laureati mi sembra in partenza una posizione discutibile. Detto questo, è opportuno aspettarsi che un rappresentante di tutti i cittadini parli con un buon controllo linguistico. 

Il maggiore dinamismo evolutivo dell’italiano degli ultimi decenni è un segno di vitalità, legato al fatto che l’italiano contemporaneo è finalmente anche una lingua parlata, non solo scritta.

I neologismi devono sostenere una dura battaglia per affermarsi e il più delle volte soccombono.

L'italiano
Parlare, scrivere, digitare © Istituto Enciclopedia Italiana Treccani, 2019

Molto più di quanto è avvenuto per altre tradizioni culturali, la lingua italiana si è formata e si è trasmessa nel corso dei secoli − in assenza di unità politica − grazie a modelli scritti.

In generale la scrittura giornalistica offre, fra i tanti, anche esempi di lingua sapientemente elaborata, in grado di sfruttare tutte le risorse della lingua, dal lessico letterario tradizionale all’imprevedibilità dei neologismi più effimeri: ciò grazie alla tecnica di scrittura dei giornalisti e alla frequente presenza, nelle pagine culturali, di scrittori di prestigio.

Note
Leggi anche le citazioni dei linguisti italiani: Gian Luigi BeccariaTullio De MauroEdoardo Lombardi Vallauri 

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