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Frasi e citazioni di Carlotta Vagnoli

Selezione di frasi e citazioni di Carlotta Vagnoli (Firenze, 1987), saggista e attivista italiana, nota sui social per la sua attività di divulgazione su temi riguardanti soprattutto gli stereotipi maschilisti, la discriminazione nei confronti delle donne e la violenza di genere. Comincia a scrivere come sex columnist per GQ e Playboy nel 2015. Dal 2017 tiene lezioni nelle scuole medie e superiori d’Italia per avvicinare studenti e studentesse al tema del consenso e fare prevenzione contro la violenza di genere.
Le seguenti riflessioni di Carlotta Vagnoli sono tratte dai libri: Maledetta sfortuna (2021), Poverine (2021), Memoria delle mie puttane allegre (2022).
Le donne muoiono per possesso e cultura patriarcale, non per
troppo amore. Non esiste il «troppo amore» e qualcuno ce lo
dovrà pur insegnare, prima che altre centinaia di donne
muoiano per questa colossale bugia. (Carlotta Vagnoli)
Maledetta sfortuna
Vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere © Fabbri Editori, 2021 - Selezione Aforismario

La trasmissione degli stereotipi avviene prima di tutto all’interno della famiglia e dei piccoli nuclei sociali; solo successivamente si estende attraverso i canali di massa, come la tv, il cinema, i libri, l’arte stessa. Già, perché se ci facciamo caso, troveremo stereotipi di genere in tutto ciò che ci circonda.

Gli stereotipi non fanno altro che rafforzare l’idea di una marginalità femminile, laddove la donna vive unicamente in una relazione subordinata all’azione maschile.

Un ragazzo che ha avuto molte esperienze è visto dalla collettività come un bomber, uno che sa il fatto suo. Si pensi, per esempio, alla fama che i calciatori hanno in questo campo. Bene: adesso pensiamo a quella delle veline. Chiaro il concetto?

Chi si allontana da un codice morale stereotipato lo fa per salvaguardare la propria identità e morale.

Il rischio è che gli stereotipi, sul lungo andare, si possano costituire come matrice primaria della tossicità e quest’ultima possa portare proprio alla violenza di genere. Ed ecco il nucleo centrale della questione: sono gli stereotipi di genere che alimentano la violenza sulle donne e sulle persone non binarie.

La violenza nasce per antonomasia quando si vuole prevaricare l’altro, oppure quando non si accetta quella che chiamerei per praticità “scala di grigi”: le reazioni e le convenzioni devono essere polarizzate, o bianco o nero, o dentro o fuori. Tutto ciò che rimane escluso dalla suddetta polarizzazione è condannabile dal senso comune.

Secondo un’iper-semplificazione in auge da sempre, la donna è di proprietà dell’uomo; quando non sottostà alle regole implicite di una società che vede in questa subordinazione una regola fissa e necessaria per la sua stessa sopravvivenza (la cosiddetta “società patriarcale” appunto), può subire episodi di violenza.

La deresponsabilizzazione che avvolge gli stereotipi sul genere maschile ha creato un cortocircuito logico, la cui conseguenza diretta è che non esiste un freno a determinate azioni nei confronti della donna, se non il buonsenso privato del singolo, che tuttavia si trova in difficoltà a dissociarsi dalle situazioni di branco in cui vige (si suppone) una mascolinità performativa.

L’incapacità di gestire la fine di un rapporto o anche solo l’idea che una persona sconosciuta possa essere “nostra” sono pensieri tossici promossi dal maschilismo imperante che vuole l’affermazione sopra a ogni cosa, anche al rispetto dei limiti altrui.

Ogni violenza di genere è causa di sfortuna: random, in modo assurdamente democratico, ne possiamo essere tutte vittime, proprio per l’universalità della sua natura, che permea chiunque viva in una società di stampo patriarcale dominata dalla cultura dello stupro.

Le radici del pensiero che sta alla base della violenza domestica e relazionale affondano nella rivendicazione – da parte di chi perpetra la violenza – del possesso della partner in base al proprio ruolo di marito, compagno, fidanzato, amante. Il controllo è quindi culturale e ripropone gli schemi stereotipati che vedono un genere come padrone dell’altro e una donna di proprietà dell’uomo a lei legato sentimentalmente.

Le modalità della violenza domestica si perpetrano secondo uno schema preciso, in un’alternanza tra fasi da “luna di miele” ed esplosioni di rabbia, creando così un continuum che fa rimanere ancorata la vittima a una sensazione di possibile miglioramento della situazione e a un diffuso senso di colpa.

La paura del giudizio altrui e del conseguente stigma è spesso uno dei meccanismi che ancorano la donna al partner violento impedendole di lasciarlo.

La vera rivoluzione contro la violenza è la cultura.

Quando si è vittime di violenza di genere spesso non si sa da dove iniziare. Anche solo realizzare di essere state abusate e parlarne rappresentano un primo passo verso la liberazione dall’abuso e dal trauma che vi si può accompagnare.

La fuoriuscita dal circuito della violenza è sempre possibile. Sempre.

La tutela delle vittime parte proprio dalla società, che deve accoglierle e non farle sentire in colpa, avvicinarle al processo e non disincentivarle. Tale passaggio è fondamentale per costruire una struttura sociale sicura fino a quando non giungeremo a una effettiva parità tra i sessi.

La società civile dovrebbe essere in grado di accogliere chi viene schiacciato dal sistema.

Non sono le nuove generazioni a essere malate, marce, ingestibili: sono i nostri metodi educativi che non sono abbastanza inclusivi e adatti a saper comprendere, leggere e accogliere la contemporaneità.

La cosa più difficile da capire è proprio questa: che siamo tutte costantemente esposte. E che gli uomini sono tutti, costantemente esposti a una cultura che fa della violenza sugli altri il maggior indicatore di potere.

Poverine
Come non si racconta il femminicidio © Einaudi, 2021 - Selezione Aforismario

Quanti articoli abbiamo letto in cui la vittima è morta perché lui «la amava troppo», perché «accecato dalla gelosia» o perché «incapace di lasciarla andare»? Ognuno di questi escamotage letterari sembra far riferimento alla favola per eccellenza, quella sul troppo amore, noto ai piú come «vero amore» o – per l’appunto – «quello da favola».

Anche le mie amiche e i miei amici mi ripetevano l’inquietante ritornello secondo cui «in guerra e in amore tutto è lecito» (se lo rileggo ora mi fa una fottuta paura, questo adagio che diventa quasi un inno alla violenza).

Le donne muoiono per possesso e cultura patriarcale, non per troppo amore. Non esiste il «troppo amore» e qualcuno ce lo dovrà pur insegnare, prima che altre centinaia di donne muoiano per questa colossale bugia.

La responsabilità della morte di una donna, quando non può essere data al sovrannaturale, ricade sempre sulle spalle della vittima. Curioso, non è vero?

Anche se senti raccontare ovunque di un amore perfetto e idealizzato cerchi di camminare alla luce dei lampioni o di evitare di fare rumore con i tacchi, per non dare nell’occhio. I primi approcci al sesso, alla collettività maschile, ai commenti sessisti per strada ti fanno capire che di gentile e stilnovista nel mondo c’è ben poco.

Memoria delle mie puttane allegre
© Marsilio, 2022

Contrariamente a ciò che una società patriarcale e puritana ci porta a pensare, il sesso e il lavoro sessuale, quando non sono un obbligo e una manifestazione di sfruttamento e violenza, sono scelte di autodeterminazione che andrebbero spogliate della loro veste di sporcizia e malignità.

Note
Leggi anche le citazioni delle autrici italiane: Roberta BruzzoneEliselle - Selvaggia Lucarelli

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