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Frasi e citazioni di Mario Lodi

Selezione di frasi e citazioni di Mario Lodi (Piadena, 1922 - Drizzona, 2014), insegnante, pedagogista, scrittore e saggista italiano, Ecco come Mario Lodi riassume la propria "filosofia" pedagogica:
"I principi sui quali ho fondato l’attività delle mie scolaresche in tutti questi anni tendono a realizzare una comunità in cui i bambini si sentano uguali, compagni, fratelli; essi non avvertono e non hanno al di sopra uno che li comanda e li umilia, ma un maestro che li guida all’esplorazione della vita. In questo tipo di comunità ovviamente non c’è il voto e nessun altro timore. C’è invece la motivazione a tutto ciò che si fa. E tra i fini delle attività c’è quello della felicità".
La maggior parte delle seguenti riflessioni di Mario Lodi sono tratte dal libro Cominciare dal bambino (1977), testo caposaldo della sua attività pedagogica.
Bisogna buttare a mare tutti gli orpelli di una vecchia scuola
come la nostra che pretende di educare e di istruire facendo
paura ai ragazzi col voto e con la bocciatura. (Mario Lodi)
Cipì
Messaggerie del Gallo, 1961

Le mamme non ricordano i sacrifici compiuti per i figli.

Conobbero la felicità ed ebbero tanti figli ai quali insegnarono le cose imparate nella vita: ad essere laboriosi per mantenersi onesti, ad essere buoni per poter essere amati, ad aprire bene gli occhi per distinguere il vero dal falso, ad essere coraggiosi per difendere la libertà.

C'è speranza se questo accade a Vho
© Edizioni Avanti!, 1963 - Selezione Aforismario

Tanto nella società come nella scuola (che è una piccola società di scolari, obbligati a vivere insieme per diversi anni) credo non ci possano essere che due modi di vivere: o la sottomissione a un capo non eletto, oppure un sistema in cui la libertà di ognuno sia rispettata, condizionata solo dalle necessità di tutti.

Il paternalismo, nella società degli adulti come nella scuola, non è che una forma insidiosa dell’autoritarismo che concede una finta libertà.

Se la scuola non deve soltanto istruire, ma anche e soprattutto educare, formando cioè il cittadino capace di inserirsi nella società col diritto di esporre le proprie idee e col dovere di ascoltare le opinioni degli altri, questa scuola fondata sull’autorità del maestro e la sottomissione dello scolaro non assolve al suo compito perché è staccata dalla vita.

Cominciare dal bambino
© Einaudi, 1977 - Selezione Aforismario

Nei rapporti familiari non è cambiato molto: l’autoritarismo che i genitori subiscono all’esterno, lo esercitano all’interno sui loro figli.

Il problema della trasferibilità di una qualunque esperienza è connesso a quello della scelta di lottare non solo dove le condizioni sono “più facili”. Questo avviene sempre quando qualcuno crede in qualche cosa e prende posizione: è questo il coraggio civile.

Dappertutto dove si lotta non ci sono le condizioni già bell’e fatte, bisogna crearle, bisogna prepararle. Si tratta di prendere il nostro posto nella società perché si mutino queste condizioni. 

L’educatore deve avere una duplice dimensione. Non può essere educatore se si ferma a creare l’isola felice, come non può essere educatore colui che limita il suo impegno soltanto sul piano politico con le dichiarazioni di principio e poi non lotta in qualsiasi posto si trova a vivere, compresa la scuola.

Se c’è un plagio, ne sono proprio responsabili coloro che danno la cultura in pacchetti di nozioni, che il bambino non è in grado di vagliare e discutere.

Io sono convinto che se nella scuola il bambino impara come si fa una ricerca, non nell’ambito di dati già prefabbricati, come nel libro di testo, ma direttamente come strumento che realizza una autentica volontà di scoperta del reale, come qualcosa di sostanzialmente diverso dalla pura esercitazione mentale, verso l’ignoto insieme all’insegnante, si impadronisce di qualcosa di più che una semplice metodologia di lavoro, qualcosa che è già conoscenza dei meccanismi con cui la società di classe agisce, la legge dell’accumulazione e del profitto, la legge dello sfruttamento.

La via per risolvere i problemi del nostro lavoro e della vita comunitaria è quella del mettersi insieme, perché l’individuo che risolve da solo tutti i problemi, per bravo e intelligente e dotto che sia, non esiste.

Nessuno può risolvere i problemi della gente se non si conoscono sino in fondo attraverso la viva voce dell’esperienza dei protagonisti. 

Perché dobbiamo vivere tutta la vita, in famiglia, a scuola, in fabbrica, sempre con la paura dentro e qualcuno al di sopra che ci comanda, ci umilia e ci impedisce di realizzare noi stessi?

Non è facile, lo riconosco, superare in noi l’egoismo e l’individualismo instillato in mille modi da una società come la nostra che stimola proprio le attività antisociali, negative, dell’individuo. Vediamo infatti che quel che conta è il denaro, è il successo, e che per arrivare a tal fine si mettono in pratica mezzi illeciti e innaturali, che urtano contro la morale.

I maestri devono avere i genitori alleati, altrimenti non c’è vera scuola.

La scuola non è del maestro, né del professore, né del ministro, ma è un servizio sociale che deve essere gestito dalla comunità perché la scuola è la «fabbrica degli uomini» e quindi tutti siamo interessati a vedere uscire dalla scuola ragazzi istruiti, educati democraticamente, liberi e sani.

L’indisciplina [dei ragazzi] è reazione a una condizione di non libertà, è sabotaggio istintivo verso chi pretende di sottometterli nel momento in cui l’esigenza del lavoro sociale e della libertà è fondamentale per la formazione della personalità.

Importante è non arrendersi, in qualsiasi situazione, e tutto trasformare in azione concreta di lotta. E appena una esperienza si scopre che vale, diffonderla per moltiplicarla, darla agli altri.

Se noi siamo convinti che la scuola autoritaria è da cambiare perché considera l’uomo come mezzo invece che come fine, dobbiamo operare anche per cambiare la società di cui la scuola è specchio.

Noi dobbiamo influire sul bambino in modo positivo perché la società influisce su di lui in modo negativo, lasciarlo in balia di se stesso significa rinunciare al fine educativo della scuola.

La pagella è una formalità, il bambino non si può giudicare con un numero. 

Le notizie più diverse ci arrivano da tutto il mondo in modo caotico e con ritmo incalzante. Se non sappiamo coglierle scegliendo fra quelle importanti ed essenziali e quelle non essenziali, e se non sappiamo organizzarle nella nostra mente in un lavorio continuo di analisi critica e di sintesi, non creiamo cultura, non possediamo cultura.

Se qualcuno porta dentro alla scuola una nuova pedagogia liberatrice delle capacità creative e logiche o un poco di umanità, è sempre in mezzo alle grane,

Per troppi professori gli scolari sono ancora oggi dei nomi scritti sul registro, da chiamare per l’interrogazione, nel silenzio gelido dell’attesa della scolaresca.

Non c’è nulla che non sia politico: «il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia».

Bisogna buttare a mare tutti gli orpelli di una vecchia scuola come la nostra che pretende di educare e di istruire facendo paura ai ragazzi col voto e con la bocciatura.

Deve finire l’assurdità di una disciplina scolastica che esige da ciascun bambino un rapporto unicamente con l’insegnante e non permette rapporti operativi con i compagni, vietando così che nasca e cresca un gruppo e si realizzi la cooperazione.

Scopo primario della scuola non è quello di informare, bensì di insegnare a pensare.

I conservatori e gli autoritari non sostengono i libri di testo solo perché c’è sotto un enorme interesse, ma perché sanno che è uno strumento efficace per tenere la scuola al loro servizio, per usarla cioè al fine di «produrre» masse di giovani acritici, incapaci di vivere ideali.

Il bambino non è proprietà dei genitori né della scuola né dello Stato. Quando nasce ha diritto alla felicità.

L’uomo libero non è proprietà di nessuno e non possiede nessuno. Tanti uomini liberi insieme possono diventare una forza invincibile capace di cambiare il piccolo mondo dove vivono e l’intera società. 

Una società autoritaria, fondata sulla subordinazione dei senza poteri ai potenti, che si regge sul timore della repressione, avrà una scuola dove questo rapporto viene insegnato come valore.

Una scuola che ha per fine la formazione della persona intesa come ricerca e sviluppo dei talenti di ognuno perché arricchendo e realizzando se stessi ne viene arricchita di riflesso l’intera comunità, una scuola che non consideri il bambino una proprietà, un oggetto da plasmare per fini che gli sono estranei, è un’idea che mette in crisi tutto: la famiglia, la scuola, la società. 

Il nostro mondo è fatto di cose interdipendenti: cogliere questi rapporti dà al ragazzo una formazione scientifica. Essenziale è che le cognizioni da lui conquistate siano organiche, costituiscano cultura vera, la quale non è mai quantità di nozioni, ma un certo modo di vedere e interpretare i fatti.

Finita la scuola, l’educazione non si ferma: l’uomo continua, allo stesso modo del bambino che nella prima infanzia esplora la sua fetta di mondo, la produzione della cultura. È la scuola della vita. 

Note
Leggi anche le citazioni dei pedagogisti italiani: Elena Gianini BelottiMaria MontessoriDaniele Novara 

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