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Frasi e citazioni di Raffaele La Capria

Selezione di frasi e citazioni di Raffaele La Capria (Napoli, 1922 - Roma, 2022), scrittore, sceneggiatore e traduttore italiano. Così l'autore descrive sé stesso:
"Raffaele La Capria non è uno scrittore a tempo pieno come Italo Calvino, ma può dirsi estemporaneo come lo sono stati Ennio Flaiano o Alberto Savinio, continuamente attratto e distratto da altro, diciamo dalla vita e dall’occasione, continuamente fedele però alla sua vocazione letteraria. Non è un intellettuale tutto passione e ideologia come Pasolini, un virtuoso del linguaggio come Gadda o Arbasino, un narratore nato come Moravia o Cassola, e neppure un raffinato stilista come Manganelli o Citati. Egli non è un letterato né un romanziere, è uno che sta in mezzo e cerca di combinare una naturale inclinazione saggistica con una naturale inclinazione narrativa, fondendo le due cose – quando capita – con una certa levità". [Il fallimento della consapevolezza, 2018].
La maggior parte delle seguenti citazioni di Raffaele La Capria sono tratte dai libri: Ferito a morte (1961), False partenze (1974), Letteratura e salti mortali (1990), Il sentimento della letteratura (1997), Il fallimento della consapevolezza (2018).
Raffaele La Capria
Siamo un paese di poche idee e molte opinioni, dove il pensiero è debole e l’opinione
è forte, un paese di opinionisti violenti. (Raffaele La Capria)

Ferito a morte
© Bompiani, 1961

Viviamo in una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme. 

Un signore è sempre un signore, quindi anche un comunista sarà trattato educatamente, ma un cafone se piglia il posto di un signore sempre cafone e maleducato resta

Bisogna leggere i giornali, non solo i libri, anche i giornali schifosi che abbiamo qua, venduti, alleati della menzogna, leggerli per sentire, nonostante tutto, la grande vita del mondo che batte lontano.

Il tempo [...] è solo questo nostro apparire, qui ed ora, in una bella giornata, a caso?

Oggi a Napoli quando fanno i soldi diventano lazzaroni, non li sanno portare i soldi, diventano volgari ed impossibili. 

In una città dove il settanta per cento non ha un lavoro fisso, per forza devi inventare, non trovi? Ci costringono.

Quel fastidioso senso di promiscuità ogni volta, anche poco fa, nell’autobus. Una specie di vertigine che ti attira verso quel ribollire di corpi di facce segnate dall’usura del vicolo. Basterebbe un solo sguardo di simpatia, dato o ricevuto, una semplice occhiata di riconoscimento, un nulla, per sentirsi fagocitato dal magma umano come un albero dalla lava, distrutto, l’appartenenza a se stesso perduta, risucchiato dalla prevalente unità psicologica, sopraffatto e partecipe di colpe storiche. 

False partenze
Frammenti per una biografia letteraria © Bompiani, 1974 - Selezione Aforismario

Se non so procedere per una sola direzione col risultato di non imboccarne mai una, vuol dire che per me mantenere la contraddizione è l’unico modo, abbastanza sensato, di far lavorare il cervello.

Conveniva dopotutto abbandonarsi passivamente al corso degli eventi visto che non si poteva far nulla per contrastarlo o per regolarlo. Vivere e basta, restando il più possibile umani, non era impresa da poco… 

Ogni libro se ne sta, per me, in un mondo tutto suo, esclusivo e separato; è come se non appartenesse alla vita ma le facesse concorrenza, una forma che si aggiunge alle altre forme del mondo, insomma, e non per portare chiarezza, ma ambiguità e disordine.

Ogni libro è un messaggio chiuso in una bottiglia, proveniente da un mare dai confini incerti, e lascia labili tracce contraddittorie dentro di me, l’eco di domande senza risposta, il senso di un ordine nato dalla negazione di quello esistente.

Si può recitare la sofferenza soffrendo davvero e recitare l’amore amando davvero, ma come si fa a superare quell’altra finzione della nostra natura che ci costringe a recitare?

O l’intelligenza e la volontà e la cultura modificano il carattere, o lo sottoporranno al tuo continuo giudizio negativo, e tu sarai il risultato della negazione di te stesso.

È tipico del reazionario credere a qualcosa di immobile come il Fato.

È brutto soffrire di non soffrire delle stesse sofferenze di cui soffrono gli altri.

S’era abituato a considerare anche lui la letteratura come un rifugio dalla volgarità circostante, come l’approdo a un regno di valori privilegiati dove la “magia” dello stile contava più della forza delle idee, la “poesia” più della prosa, e il destino individuale più della sorte comune.

Letteratura e salti mortali
© Mondadori, 1990 - Selezione Aforismario

A volte, in questo tempo in cui sembra che molte cose debbano finire, io mi domando se non passerà anche la letteratura, e ogni forma di vita e tutto, come un attimo fugace, piccolissimo e molto relativo, nell’immensità del tempo. E allora mi sembra che si scriva come si fa un tuffo: per farlo il meglio possibile e basta.

Ogni scrittore deve misurare bene le proprie forze per capire quanto può volare alto e se l’ambizione eccessiva non lo porti sulla falsa via.

Siamo costretti a rimpiangere la mediocrità di una volta, la mediocrità della gente minuta dove si nascondeva il buon senso comune ormai scomparso perché cancellato dal luogo comune.

L’immaginario, proprio come l’ambiente, si sta inquinando, si è già inquinato, per un eccesso di produzione, e non c’è filtro bastante a depurarlo.

Siamo tutti ridondanti, viviamo una cultura della ridondanza.

La cattiva letteratura, dopotutto, non fa gran danno perché è subito riconoscibile e si presenta per quella che è. La falsa buona letteratura invece è subdola, ed è pericolosa perché crea confusione di valori e di giudizi.

Ormai essere vuol dire soltanto apparire, e non essere vuol dire soltanto non apparire. 

Come si fa ad amare una cosa che non si conoscerà mai perché la nostra sensibilità non è stata allenata a riceverla? Così pare che Dante, Leopardi, Montale, si siano divertiti a scrivere i loro versi nel loro modo solo per far dispetto, solo per rendere più complicato l’esame d’italiano.

Il disastro più grande, paragonabile al disastro ecologico che sta distruggendo il nostro paese, è il disastro del linguaggio, un linguaggio dislocato dalle sue sedi proprie e adibito a usi vari e impropri da una cultura che si è evoluta insieme alla televisione, ai rotocalchi, alle automobili, alle seconde case, alle mode e agli status symbol della nostra nuova piccola borghesia emergente, e ne ha assunto i connotati.

Il romanzo che una volta abbracciava tutta la realtà oggi non pare più in grado di farlo, non tocca più le questioni fondamentali, non tratta più con le grandi idee per paura del ridicolo. 

Il sentimento della letteratura
© Mondadori, 1997 - Selezione Aforismario

Cos’è e a che serve la letteratura, è cosa che s’impara da soli, col tempo, e nessuno può insegnarcelo.

Per sapere chi siamo è necessario sapere chi siamo stati, e questa memoria ci serve per mantenere la nostra identità. La letteratura è la nostra memoria, una memoria che ci riguarda tutti, individuale e collettiva.

Avere il senso della tradizione per uno scrittore significa farsi carico della speciale memoria che ci trasmette la letteratura. Significa conoscere le opere del passato o criticarle, combinandole col proprio talento individuale e dando luogo a volte a complicate alchimie.

Uno scrittore può essere completamente nuovo, rispetto al passato, solo se si confronta con la tradizione. Può opporsi del tutto alla tradizione e magari fraintenderla, ma solo perché la conosce, la sente e la vive nel presente.

Se uno scrittore non conquista la tradizione di cui ha bisogno combinandola o intercettandola col proprio talento assimilandola o affrancandosene in modo personale e imprevedibile, è difficile che possa essere veramente originale.

Anche dell’aria come della poesia, uno non si accorge che c’è, ma se all’improvviso mancasse? L’anima non è meno esigente del corpo.

Io non sono un critico né uno studioso di poesia, nulla so di tendenze, correnti, scuole. Sono un lettore puro e semplice, ma quando mi imbatto in un bel verso e lo riconosco, mi sento pieno di gratitudine come per un dono ricevuto.

È meglio seguire la propria natura, quello che si è e non quello che si vorrebbe essere, perché solo così sarà vero e autentico anche quello che scriviamo.

Gli italiani non vogliono conoscersi perché forse sanno che se si conoscessero veramente, se si guardassero nello specchio e si vedessero come veramente sono, non si piacerebbero. E invece essi vogliono piacersi, anche a costo di mentirsi. 

Siamo un paese di poche idee e molte opinioni, dove il pensiero è debole e l’opinione è forte, un paese di opinionisti violenti.

Ognuno ci ammannisce la sua opinione come una verità rivelata, dai giornali, dalla televisione, dalla radio. Ognuno difende a spada tratta la propria opinione come se fosse un’idea. E siamo schierati, sempre schierati da qualche parte, ma soprattutto dietro le nostre irremovibili opinioni.

Un’opinione per noi non è solo un’opinione, non è una figlia del momento e come tale soggetta a mutamenti e revisioni: è una fede, vi si crede quia absurdum, ciecamente.

Chi ha un’opinione, vede come un nemico chi ha un’altra opinione [...]. Guai a chi mette in dubbio la nostra opinione! Nella migliore delle ipotesi è uno che non capisce niente. 

Guai a chi ci costringe a difendere la nostra opinione, soprattutto se ha buoni argomenti! Qualunque cosa dica, noi restiamo della nostra opinione. La nostra opinione è sacra.

L'estro quotidiano
© Mondadori, 2005

Il buon Dio ha creato tutto questo? Un mondo in cui ogni creatura, anche l'uomo, per sopravvivere ha bisogno di uccidere e "mangiare" un'altra creatura? No, non può essere. Ci dev'essere uno sbaglio. [...] Ma quanta atroce, inutile sofferenza, va in vendita sul bancone gelato di un supermercato! E com'è normale l'ottusa indifferenza! Ci dev'essere un errore da qualche parte, un errore grosso, un Orrore.

Introduzione a me stesso
© Elliot, 2014

Io non sono a favore del buon senso, non lo amo, perché quasi sempre il buon senso obbedisce a ragioni di opportunità, e suggerisce quel che conviene per salvaguardare il proprio tornaconto.

Il nostro è il tempo in cui la menzogna non solo deforma la verità, ma crea delle contro-verità che il senso comune, con la sua semplicità, può smascherare perché ha lo sguardo puro dell’innocenza e riconosce subito ciò che è ovvio e non ha bisogno di essere dimostrato.

Il fallimento della consapevolezza
© Mondadori, 2018 - Selezione Aforismario

La funzione dello scrittore è sempre quella di porsi come critico della società cui appartiene, non in senso negativo, ma come portatore di una conflittualità interna alla società che dovrebbe essere vivificante e creativa e servire a migliorarla.

Oggi c’è sempre meno per gli intellettuali la possibilità di dare spazio alla propria voce. Cadute le ideologie, l’intellettuale non è più organico a questo o quel partito ed è completamente privo di autorità.

Oggi abbiamo una enorme difficoltà a trasformare la consapevolezza in saggezza; consapevolezza è sapere le cose, saggezza è ricavarne un frutto, degli insegnamenti, e trasmetterli.

Da una semplice intuizione, come un rabdomante che scopre un corso d’acqua sotterraneo, uno scrittore può cogliere il sentimento del tempo, e se ha una forte motivazione, cioè la capacità di vedere, sarà in grado di trovare quella forma che è sua, la forma unica per raccontarlo. Ciò che conta è la sensibilità a recepire.

Note
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