L'aforisma: genere aristocratico (di Guido Almansi)

Qui di seguito riportiamo un saggio sull'aforisma del critico letterario, scrittore e traduttore italiano Guido Almansi (1931- 2001). Il testo è tratto dal libro Il filosofo portatile (TEA, 1991), che è una bella raccolta di aforismi.
L’aforisma, genere aristocratico che asserisce e non suggerisce, afferma
e non spiega, ha la virtù suprema dell’aristocrazia: non teme di sbagliare.
(Guido Almansi)
L'aforisma: genere aristocratico
da Il filosofo portatile © TEA, 1991

Nel Dizionario del Diavolo Ambrose Bierce, grande macinatore di aforismi, definisce l'aforisma "saggezza predigerita", in sé medesimo volgendosi co' denti. Che cosa distingue l’aforisma dall'epigramma o dalla massima? L’epigramma ha un bersaglio localizzato, nello spazio e nel tempo; l’aforisma tende all'universalità. La massima intende essere l’espressione di una saggezza conformista, mentre l’aforisma vorrebbe essere trasgressivo. Questa tendenza ad esprimere una verità valida sempre e ovunque significa peccare di generalizzazione; e quando si generalizza, si sbaglia.

Ecco, direi che l’aforisma, genere aristocratico che asserisce e non suggerisce, afferma e non spiega, ha la virtù suprema dell’aristocrazia: non teme di sbagliare. Anzi, sbaglia sempre: si avvicina a una verità assoluta e poi la falsa per eccesso di arroganza e di perentorietà; ma in questo sta la sua grandezza. Non può esistere un facitore di aforismi timido, o timoroso, o preoccupato della verità.

L’aforisma chiude tutto nel circuito del suo svolazzo logico o verbale; e tanto peggio per la meschina verità se qualche cosa viene lasciata fuori. Si prendano alcuni aforismi supremi, dei grandi maestri del genere. "L'impotenza di Dio è infinita", Anatole France: non è vero, ma è necessario, perché la mia conoscenza teologica è profondamente arricchita da questo paradosso. "Ciò che è irritante circa l'amore è che si tratta di un crimine in cui abbiamo bisogno di un complice", Charles Baudelaire: si tratta di una paurosa generalizzazione, ma pensate a quanto sarebbe impoverito il pensiero contemporaneo se Baudelaire − in questo grande aristocratico del pensiero, come Nietzsche e come altri suoi contemporanei − non avesse osato dirla, questa sublime impertinenza.

Ma forse non c'è mai niente di nuovo in un aforisma, se non la disposizione delle parole, la morsa serrata della sintassi che trasforma una banalità in una illuminazione. "Tutto è stato detto prima, ma siccome nessuno ascolta, dobbiamo ritornare indietro e ricominciare", André Gide. Un grande aforisma deve dire il già noto in modo ignoto e sorprendere.

La verità o l'efficacia di un aforisma è, quasi sempre, un'illusione, perché troppi elementi sono in gioco e contribuiscono alla sua memorabilità. La paradossalità del concetto, che rovescia, o sembra rovesciare, o finge di rovesciare, pregiudizi universalmente confermati, specialmente nel campo dell'etica, è un irresistibile elemento di attrazione: come la vespa s'attacca al miele, così noi all'aforisma crudele.

Poi c'è la brevità, la concentrazione fulminante, il massimo effetto dirompente con il minimo numero di parole: l'aforisma breve ci apparirà sempre più convincente di quello più lungo, non per una maggiore ragionevolezza ma per la sua maggiore icasticità.

Questa è l'area in cui l'aforisma si avvicina di più alla forza persuasiva dello slogan, che è quasi sempre stupido: falce e martello, panem et circenses, lava più bianco. Essere brevi significa in genere pervenire a un grado compattissimo di mendacità: si possono dire più bugie in poche sillabe che in tutto un trattato di sociologia.

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