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Frasi e citazioni di Nick Hornby

Selezione di frasi e citazioni di Nick Hornby (Redhill, 1957), scrittore, sceneggiatore e critico letterario britannico.
Foto di Nick Hornby
Non credo nel paradiso o cose del genere. Ma voglio comunque essere una persona
con le carte in regola per entrarci. (Nick Hornby)

Febbre a 90°
Fever Pitch, 1992 - Selezione Aforismario

Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.

Se dicessimo sempre la verità, non riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale.

La preoccupante verità è questa: per buona parte di una giornata qualsiasi, io sono un rimbambito.

Agli ossessionati è negata qualunque prospettiva sulla loro passione. Questo, in un certo senso, è ciò che definisce un ossessionato, e serve a spiegare come mai così pochi di loro si riconoscano tali.

Una cosa è certa sul tifo: non è un piacere parassita, anche se tutto farebbe pensare al contrario, e chi dice che preferirebbe fare piuttosto che guardare non capisce il concetto fondamentale. Il calcio è un contesto in cui guardare diventa fare.

Chiunque desideri capire come si consuma il calcio deve rendersi conto prima di tutto di questo. I giocatori sono semplicemente i nostri rappresentanti, e certe volte, se guardi bene, riesci a vedere anche le barre metalliche su cui sono fissati, e le manopole alle estremità delle barre che ti permettono di muoverli. Io sono parte del club, come il club è una parte di me.

Mi sembra riduttivo dire di odiare le provocazioni nei confronti dei giocatori neri a cui si assiste regolarmente in alcuni campi da calcio, e se avessi avuto del fegato avrei o (a) affrontato alcuni dei peggiori provocatori o (b) smesso di andare alle partite. 

Gli stadi sono per tutti, non solo per i teppisti razzisti, e quando le persone corrette smettono di andarci allora il calcio è nei guai. 

I club capirono che c’erano da fare i soldi, che le televisioni erano ben contente di darglieli, e da quel momento il comportamento della Football League assomigliò sempre più a quello della mitica collegiale. La Lega si lascia fare qualsiasi cosa da chiunque: cambiare l’ora del calcio d’inizio, o il giorno della partita, o le squadre, o le magliette, non importa; farebbe proprio di tutto. Nel frattempo i tifosi, i clienti a pagamento, vengono considerati degli idioti remissivi e creduloni.

Il calcio è uno sport stupendo, ma è chiaro che lo è. I gol hanno quel valore della rarità che i punti e i set non hanno, e quindi ci sarà sempre quel fremito, il fremito di vedere qualcuno fare qualcosa che può essere fatto solo tre o quattro volte in tutta una partita se sei fortunato, neanche una se non lo sei.

[Del calcio] mi piace la velocità, la mancanza di una formula prestabilita; e adoro come gli uomini piccoli possano distruggere quelli grandi [...] in un modo che in altri sport è semplicemente impossibile, e il fatto che la squadra migliore non necessariamente vince.

Il football fa sì che i giocatori appaiano splendidi e armonici come altri sport non permettono: un tuffo con colpo di testa perfettamente sincronizzato o un preciso tiro al volo consentono al corpo di raggiungere una compostezza e una grazia che certi atleti non riusciranno mai a esibire.

Oggigiorno, solo gli scemi nutrono ancora qualche dubbio sulla connessione tra condizioni sociali ed economiche e violenza calcistica.

Il calcio, com’è noto, è il gioco del popolo, e come tale cade nelle grinfie di tutta quella gente che non è, insomma, il popolo.

Il calcio alla radio è il calcio ridotto ai minimi termini. Privato dei piaceri estetici del gioco, o del conforto di un pubblico che prova i tuoi stessi sentimenti, o del senso di sicurezza che puoi trarre dal vedere che i tuoi difensori e il tuo portiere sono più o meno dove dovrebbero essere, quello che rimane è paura allo stato puro.

Non mi era mai venuto in mente, prima, che il calcio fosse davvero un gioco buffo, e che come la maggior parte delle cose che funzionano solo se uno ci crede, la visione da dietro è ridicola, come la visione dietro le quinte di un set cinematografico a Hollywood.

Non penso che sia la scarsa qualità del gioco a modificare il comportamento della gente; non è questo, anche se è vero che c’è un elemento di compensazione legato all’orgoglio («Non saremo bravi a calcio, ma sappiamo conciarvi per le feste»); è più il fatto che – come posso metterla giù bene? – c’è una percentuale più alta di svitati tra lo zoccolo duro degli irriducibili, di quelli che ti sosterranno fino alla morte, che tra i sostenitori occasionali e menefreghisti.

Il problema è che a meno che una squadra non giochi bene, vinca e faccia il pieno allo stadio, le società non possono semplicemente permettersi di alienarsi proprio quelle persone di cui dovrebbero liberarsi.

Uno dei grandi meriti dello sport è la sua crudele inequivocabilità: non esiste qualcosa come, per esempio, un centometrista scarso, o un centravanti negato che hanno avuto un colpo di fortuna; nello sport vieni scoperto.

Il calcio, di fatto, non è cambiato un granché negli ultimi cent’anni: perché la passione che il gioco comporta consuma ogni cosa, compreso il tatto e il buon senso.

Se è possibile andare a una partita e divertirsi sedici giorni dopo che quasi cento persone sono morte in un’altra – ed è possibile, io l’ho fatto, nonostante il mio nuovo realismo post-Hillsborough – allora, forse, è un po’ più facile capire la cultura e le circostanze che hanno reso possibili queste morti. Non importa mai niente, a parte il calcio.

Pur non essendoci alcun dubbio sul fatto che il sesso sia un’attività più piacevole che guardare le partite di calcio (niente pareggi 0-0, niente trappole del fuorigioco, niente risultati imprevisti, e sei al caldo), di solito i sentimenti che genera non sono così intensi come quelli innescati da una vittoria di Campionato all’ultimo minuto che ti capita una sola volta nella vita.

Siate tolleranti con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchiamo di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste.

Con lo sport non puoi sognare come puoi fare se scrivi, se reciti, se dipingi o se fai carriera come dirigente: l’ho capito a undici anni che non avrei mai giocato per l’Arsenal. Undici anni sono davvero pochi per scoprire una così amara verità.

Il calcio ha significato troppo per me, ed è arrivato a rappresentare troppe cose, e sento di aver guardato troppe partite, e di aver speso troppi soldi, e di essermi agitato per l’Arsenal quando avrei dovuto agitarmi per qualcos’altro, e di aver chiesto troppa clemenza agli amici e ai familiari. Ma ci sono delle volte che andare a vedere una partita è il più valido e gratificante passatempo che mi venga in mente.

Alta fedeltà
(High Fidelity, 1995

La musica sentimentale ha questo fantastico modo di riportarti indietro da qualche parte nello stesso momento in cui ti porta avanti, quindi ti senti nostalgico e pieno di speranza allo stesso tempo.

È geniale essere depressi; puoi comportarti male quanto vuoi.

Non c'è niente di strano se siamo tutti così incasinati, no? Noi siamo un po' come Tom Hanks in Big. Siamo dei ragazzini e delle ragazzine intrappolati in corpi di adulti.

La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c'è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni - migliaia, letteralmente - che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita.

Ecco come non fare carriera: a) perdere la ragazza; b) piantare l'università; e) lavorare in un negozio di dischi; d) restare nei negozi di dischi per il resto della vita.

Vorrei essere un essere umano compiuto, libero da tutti questi grovigli di rabbia, colpa, e disgusto verso me stesso.

Come diventare buoni
How to Be Good, 2001

L'amore, evidentemente, è antidemocratico come il denaro: si accumula intorno a persone che ne hanno già fin troppo: i sani di mente, i sani nel corpo, gli amabili.

Ci vuole un bambino per dire l'indicibile.
[It takes a child to say the unsayable].

Non credo nel paradiso o cose del genere. Ma voglio comunque essere una persona con le carte in regola per entrarci.

Non buttiamoci giù
A Long Way Down, 2005

Quando sei infelice, secondo me, tutto nel mondo – leggere, mangiare, dormire – ha chiuso dentro qualcosa, da qualche parte, che serve a renderti ancora più infelice.

Difficile è ricostruirsi pezzo per pezzo senza il libretto delle istruzioni, né un’idea di dove vadano i componenti principali.

Uno che ha voglia di morire si sente incazzato, pieno di vita e disperato e stufomarcio e sfinito, tutto assieme; vuole combattere contro tutti, e vuole rannicchiarsi e nascondersi in un armadio chissadove. Vuole scusarsi con tutti e vuole che tutti sappiano che lo hanno mollato da solo nella merda.

Gli esseri umani sono milioni di cose in un giorno.
[Human beings are millions of things in one day].

Anche i momenti brutti contengono cose buone che ti fanno sentire vivo.

Quando sei triste – cioè, triste sul serio, triste modello Casa dei Suicidi – hai solo voglia di stare con altra gente triste.

Tutti sanno come parlare e nessuno sa cosa dire.

Quasi tutta la gente c’ha una corda che la lega a qualcuno, e la corda può essere corta, oppure lunga. (Ma però lunga è meglio, capito?) E che tu non lo sai quanto è lunga. Non è tua la scelta. 

Dirti che la vita è una merda è come un sedativo, e quando smetti di pigliare l’Advil, be’, ti accorgi sul serio quanto fa male, e dove, e non è che a nessuno quel tipo di dolore faccia proprio bene al massimo.

Problema della mia generazione è che ci sentiamo tutti dei geni del cazz*. Far qualcosa per noi non è abbastanza, e neanche vendere qualcosa, o insegnare qualcosa o solamente combinare qualcosa: no, noi dobbiamo essere qualcosa.

Una vita da lettore
The complete polysyllabic spree, 2006

A ogni anno che passa, e a ogni acquisto capriccioso, le nostre biblioteche diventano sempre più capaci di descriverci, che i libri li leggiamo oppure no.

Spesso leggiamo libri che pensiamo di dover leggere o che avremmo già dovuto aver letto, o che altri ritengono che noi dovremmo leggere.

La noia, ammettiamolo, è un problema che molti di noi hanno finito per associare ai libri. Anche per questo preferiamo alla lettura quasi qualsiasi altra cosa.

Non ci dimentichiamo mai che alcuni libri sono scritti male; però dovremmo ricordarci che a volte sono anche letti male.

Se si desidera che la lettura sopravviva come attività di svago, e alcune statistiche dimostrano come la cosa non sia affatto scontata, allora dobbiamo fare pubblicità alle gioie che ci regala, più che ai suoi (dubbi) benefici.

Lo scopo primario dei libri è che noi li leggiamo: e se scoprite di non farcela, può darsi che la colpa non sia della vostra inadeguatezza. A volte i «buoni» libri sono un incubo.

Dickens & Prince
2022

Dickens ha vinto la causa. Se dovesse scomparire, se i suoi romanzi smettessero di essere letti, vorrebbe dire che anche il romanzo sta scomparendo, cosa che naturalmente potrebbe ancora succedere.

Note
Leggi anche le citazioni degli autori inglesi: Lee ChildTom Hodgkinson